Interviste

Published on Giugno 1st, 2019 | by Massimo Campi

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Pippo Bianchi ed i piloti della F.Monza

“C’era una volta la Formula Monza”, così inizia una chiacchierata con Pippo Bianchi uno dei piloti più famosi di quel campionato con le monoposto che montavano il motore della Fiat 500 Giardiniera e correvano la sera sulla pista Junior di Monza illuminata. Pippo Bianchi ha raggiunto il traguardo degli otto decenni, per la precisione 81 anni compiuti il 30 maggio, ed ha ancora voglia di ripercorrere i tanti racconti di quei favolosi anni. 

La F.875 Monza è stata una categoria tra quelle che hanno avuto più successo, gare con oltre 100 iscritti che si sfidavano nelle quattro batterie per accedere ai 26 posti della finale. Da quella categoria è nata una vera e propria scuola che ha sfornato molti validi tecnici, meccanici e piloti, tra cui un vice campione mondiale, Michele Alboreto, ma ci sono stati tanti altri piloti validi che hanno vinto gare e campionati: Giorgio Francia, Alberto Colombo, Piercarlo Ghinzani, Lella Lombardi, giusto per citare qualche nome che ha iniziato, magari per caso, a correre con le “petarelle” come venivano chiamate allora per il rumore che facevano in rettilineo.

Ripercorrendo quegli anni hai iniziato a frequentare Monza con il tuo amico Giovanni Salvati

“Ho iniziato a correre seguendo il mio amico Giovanni Salvati con la sua macchina numero 33 dipinta con i denti da squalo, la sua guida irruente, sempre al limite in ogni curva. La nostra amicizia è iniziata da quella passione comune, spesso passavo a trovarlo nel suo negozio in Viale Umbria ed è stato lui a farmi provare l’ebbrezza della pista, una emozione che presto si è tramutata nella passione della mia vita. Giannino come tutti lo chiamavano, era un pilota molto motivato, molto veloce, non conosceva il limite, un vero cavaliere del rischio sempre di traverso in ogni curva. Molto spettacolare, calcolo zero, giusto per fare paragoni era un piccolo Gilles Villeneuve della sua epoca. L’incidente che ha decretato la sua fine è il classico esempio del suo spirito competitivo: in quella prova non avrebbe dovuto correre, doveva solo testare la vettura per qualche giro, giusto per controllare l’assetto in vista della gara successiva che era molto più importante. Partì invece, come al solito, senza risparmiare nulla, si trovò in bagarre con Fittipaldi ed andò a rischiare troppo in quella curva con il suo esito tragico.”

Con gli amici avete creato la Scuderia Salvati che è stata molto importante in quel periodo

“Dal niente, ma con tanto entusiasmo, abbiamo creato una realtà fuori dalle nostre aspettative. Con Adriano Salvati e Pippo Cascone ci siamo mossi sicuramente bene, oltre la metà dei piloti della F.Monza portava i nostri colori. Avevamo un campionato interno con in palio degli ottimi premi, come una stagione in F.Italia. Avevamo anche validi preparatori e meccanici, alcuni veramente con la passione per le corse e per quell’ambiente come i Bartoli, Verduci, Maccarone, Santo Stilo, che permettevano ai giovani piloti di fare il debutto in pista. La funzione delle scuderie era quella di dare un supporto logistico, sportivo, ma anche di formare i piloti, di insegnare loro come ci si comporta in pista. Non serve solamente andare forte per vincere le gare, ma bisogna fare funzionare il cervello per concretizzare il risultato. Nella mia carriera ho conosciuto molti piloti, con alcuni di loro ho particolarmente legato proprio per una visione simile del modo di affrontare una gara. Tra gli amici c’è sicuramente Meo Maestri, tra i più coriacei cito Artico Sandonà, il “Tato”, un vero mastino, anche se non ha mai ottenuto risultati di rilievo con le piccole F.Monza. Scorrendo le classifiche ritrovo tanti nomi, ed i campioni Cadetti negli anni in cui ho corso io erano tutti molto forti: Filippo Bay, Leo Bartoli, Angelo Sonvico, e sicuramente Riccardo Calegari che corre ancora oggi.

Hai conosciuto molto bene Michele Alboreto.

Michele Alboreto è veramente un campione che si è fatto da solo, senza mezzi di sostegno ma solamente contando sulle sue capacità. I giovani che si avvicinavano alle macchine da corsa avevano quasi sempre una famiglia agiata con mezzi economici alle spalle. Michele non era certamente uno di questi, basta citare un episodio di quando l’ho portato con me, come aiuto, ad una gara Casale Monferrato. Era il 1974, correvo occasionalmente con la F.Italia ed avevo un furgone Fiat 238 dove trasportavo la vettura. Portai Michele per darmi un aiuto a scaricare la monoposto e per le varie commissioni ai box. Allora entrava gratis solo il pilota nell’autodromo, Michele non aveva neanche i soldi solo per un panino e si nascose sotto la monoposto alla portineria della pista pur di entrare gratis.”

Sei stato il pilota che ha messo per la prima volta Michele Alboreto nell’abitacolo di una monoposto

“A Monza notiamo questo ragazzino, tanto entusiasmo, che gira sempre attorno alle nostre macchine, ed in seguito inizia, come semplice appassionato, a frequentare il ritrovo serale della Scuderia Salvati in via Paisiello a Milano. Era un mio grande tifoso, inizia tra noi due una amicizia, tanto che gli feci provare la mia monoposto un sabato mattina in una sessione di test invernali. I suoi primi giri su una macchina da corsa li fece proprio con la mia Thiele e subito dimostrò grande intelligenza. Le traiettorie erano quelle giuste, ogni giro migliorava la sua guida, ma senza mai esagerare e stando lontano da eventuali guai. Quei pochi giri in pista lo fecero innamorare definitivamente, fece di tutto pur di guadagnare i soldi che servivano per acquistare una F.Monza. La sua prima vettura, una vecchia CRM con otto stagioni e tantissime gare sulle spalle, venne acquistata in società con un amico, che non riuscì ad ottenere la licenza per correre e la lasciò a Michele. Debuttò in F.Monza, poi lo aiutammo ad trovare una Vargiu usata, una monoposto più recente ed efficiente della vecchia CRM. Per racimolare soldi Alboreto faceva diversi lavori, tra cui il rappresentante di scarpe da ginnastica e viaggiava con una vecchia Simca a cui aveva fatto metter il gancio di traino per attaccare il carrello della F.Monza. Con la Vargiu non ha ottenuto nessun risultato di rilievo, ma era veloce e soprattutto dimostrava di avere molta intelligenza nella condotta di gara stando fuori dalle situazioni problematiche.Come carattere, pur essendo deciso, era umile, disponibile ed educato, si faceva volere bene da tutti. C’era la F.Italia della Scuderia Salvati libera, decidemmo di fargli fare una gara per testarlo su una monoposto più prestazionale e subito dimostrò di essere a suo agio con quella vettura. Con quella F.Italia è iniziata la sua vera carriera che l’ha portato al titolo europeo di F.3 ed al debutto con Tyrrell in F.1.”

L’amicizia con Michele è continuata anche quando era al top della sua carriera

Alboreto era il pilota top della Ferrari, un mattino si presentò sotto casa mia, mi fece salire in macchina, passammo a prendere anche Adriano Salvati in negozio ed imboccò la Milano-Bologna, direzione Fiorano, dove c’era il Team con la nuova monoposto da provare. Fatta la prima sessione di test scese dalla macchina ci fece accomodare in un ufficio dove, poco dopo, si presentò Michele con Enzo Ferrari in persona che ci voleva conoscere e ci donò una pergamena della Ferrari con il suo autografo. Una emozione unica, essere da soli alla presenza del Drake a parlare con lui!”

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About the Author

Massimo Campi

Perito meccanico, fotografo, giornalista, da oltre 40 anni nel mondo del motorsport. Collaborazioni con diverse testate e siti giornalistici del settore.



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