Storia

Published on Settembre 3rd, 2020 | by redazione

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Monza a porte chiuse

Niente pubblico per effetto Covid al GP d’Italia – di Carlo Baffi

Purtroppo la 91^ edizione del Gran Premio d’Italia, sarà orfana di un grande protagonista, che in quasi cento anni di storia ha reso unico quest’evento di importanza mondiale popolando l’Autodromo Nazionale con numeri record. Parliamo del pubblico. Infatti per effetto delle misure anti Covid, l’evento avrà luogo a porte chiuse. Pare quasi una beffa nell’anno in cui la Formula Uno compie i suoi 70 anni, ma anche il motorsport ha dovuto adeguarsi come tutte le altre discipline sportive a questa triste realtà, che snatura qualsiasi manifestazione sportiva.

Monza e il pubblico, un binomio quasi inscindibile, perché senza pubblico Monza non può essere Monza. Non a caso il grande Enzo Ferrari disse che :”La vittoria e anche la semplice partecipazione, hanno un sapore particolare a Monza.” Ed è risaputo che il cuore del Drake batteva per il tracciato di Imola, che contribuì in prima persona a realizzare. Ma Monza gli era comunque molto cara e piena di ricordi. Dai successi con le Alfa Romeo schierate dalla sua scuderia, ai trionfi delle rosse costruite a Maranello. Pure i piloti sono sempre stati concordi nel dire che correre nel Tempio della Velocità, ti regala emozioni particolari proprio grazie a quella folla che negli anni ha vissuto i grandi trionfi e purtroppo i drammi in cui è stata anche coinvolta direttamente. Un pilota sfreccia su un circuito immerso in un Parco secolare, affronta curve velocissime e si presenta sul rettilineo d’arrivo acclamato dalla gente assiepata sugli spalti:  roba da pelle d’oca. Un insieme di sensazioni che i drivers percepiscono nonostante i motori che urlano, il casco e la concentrazione che devono mantenere quando sono alla  guida dei loro bolidi. Ma con la sua atmosfera Monza riesce a dare una marcia in più. E’ la cosiddetta spinta del pubblico, che nel calcio diventa il dodicesimo uomo in campo per la squadra che gioca in casa. Fin dal 1922, anno di nascita dell’Autodromo lombardo, il pubblico si presentò in massa per assistere al secondo Gran Premio d’Italia riservato alle vetture da Gran Premio: il primo s’era disputato sul circuito di Montichiari nei pressi di Brescia. Le stime di allora parlarono di oltre 100 mila presenze e migliaia di automobili.

Folla strabocchevole anche l’anno dopo, il 1923, quando a fare da starter si presentò l’allora Presidente del Consiglio Benito Mussolini. E negli anni a seguire, molte autorità non mancarono di presenziare al Gran Premio. Il tutto esaurito divenne una cornice fissa alle epiche battaglie tra Alfa, Auto Union, Mercedes, Ferrari, Maserati, Bugatti, Duesenberg e via dicendo. Ali di spettatori entusiasti salutarono le imprese di campioni del calibro di Nuvolari, Varzi, Campari, Brilli Peri, Antonio Ascari, Carraciola, Rosemeyer. Archiviati gli anni bui del secondo conflitto mondiale, le corse tornarono in scena con nuovi campioni decisi a farsi largo: parliamo di Fangio, Alberto Ascari (figlio del grande Antonio), Farina, Fagioli. Erano i primi anni ’50 ed era nata la Formula Uno. I grandi duelli richiamarono nuovamente tantissimi appassionati e tifosi.

Una sfida portata successivamente anche dai campioni d’oltre Manica con le loro scuderie, che iniziarono a farsi largo. L’Alfa Romeo s’era ritirata, ma sulla scena mondiale era arrivata la Ferrari, scrivendo i primi capitolo della sua fantastica storia entrando immediatamente nel cuore dei tifosi. Nel biennio ’52 e ’53 “Ciccio Ascari” divenne l’idolo degli italiani conquistando due corone iridate di fila. Poi Fangio, Hawthorn e Phil Hill allungarono il dominio del Cavallino. Purtroppo il 10 settembre del 1961, il trionfo rosso venne funestato dal tragico incidente in cui perse la vita Wolgang Von Trips alfiere della Ferrari che si giocava il titolo con il compagno Phil Hill. Una tragedia in cui il pubblico pagò un triste tributo con 15 vittime e venti feriti, causate dal volo oltre la pista della 156 del campione tedesco. Trentatre anni prima il bilancio era stato ancora più doloroso più alto. La Maserati di Emilio Materassi era uscita di strada sul rettilineo delle tribune finendo tra gli spettatori. Provocò 22 morti ed una trentina di feriti. In passato le misure di sicurezza erano scarse e la gente si assiepava dietro una semplice rete a bordo pista. Ma passiamo a pagine decisamente più allegre. Nel 1967, a fine gara,  gli appassionati festeggiarono il fuoriclasse Jim Clark, come se fosse il vincitore. Il successo era stato firmato da John Surtees sulla Honda, ma lo scozzese regalò grandi emozioni con una gara sempre all’attacco. Partito dalla pole, fu costretto a sostituire una gomma, ma indomito si riportò in testa. All’ultima tornata mentre pregustava la vittoria, la sua Lotus-Ford rimase incredibilmente a secco e “Big Jim” dovette accontentarsi soltanto del terzo gradino del podio. Gli spettatori non rimasero insensibili a quell’impresa sfiorata e regalarono il  giusto tributo al grande campione d’oltre Manica. Tre anni dopo fu Clay Regazzoni a vivere un’esperienza simile. In un circuito ancora sotto shock dal mortale schianto di Jochen Rindt avvenuto il giorno prima, il ticinese al suo quinto Gran Premio nella massima serie s’impose al volante della Ferrari 312B, precedendo Stewart e Beltoise. Dopo la bandiera a scacchi, Clay venne portato in trionfo sino al podio dai tantissimi fans che avevano invaso la pista. Da quel giorno, era il 6 settembre del 1970, l’invasione a fine corsa diventerà il classico epilogo del Gran Premio italiano. Un rito che permette ancora oggi agli spettatori di consacrare i piloti come veri e propri eroi. Memorabili i festeggiamenti del 1975 e del 1979, quando a Monza il Cavallino celebrò la conquista dei titoli iridati di Niki Lauda prima e Jody Scheckter poi. Erano gli anni in cui l’Autodromo veniva preso d’assalto fin dai giorni che precedevano la domenica. I tifosi si organizzavano costruendo tribunette improvvisate con tubi metallici e assi di legno, introdotti clandestinamente nottetempo. Oppure arrampicandosi sugli alberi o sui cartelloni pubblicitari bucati, trasformandoli in una sorta di alveari. L’altezza da terra faceva degli spettatori veri e propri acrobati incuranti dei pericoli corsi su postazioni molto precarie. Un’usanza che sarà poi vietata, insieme al campeggio abusivo per ovvi motivi di sicurezza e per salvaguardare la vegetazione del Parco. Ma anche questi aspetti rappresentavano una coreografia che rendeva unico il Gran Premio d’Italia.

Nel 1988, a poche settimane dalla scomparsa di Enzo Ferrari, le tribune del Tempio del Velocità esplosero di gioia davanti alla doppietta rossa firmata da Berger e Alboreto, contro le invincibili McLaren-Honda di Senna e Prost. Un autentico boato si alzò dagli spalti, quando Senna ormai avviato verso un trionfo solitario, si dovette ritirare dopo un contatto con il doppiato Schlesser in prima variante. Qualcuno parlò di un atteggiamento poco sportivo, ma si sa; una volta varcati i cancelli dell’Autodromo, l’adrenalina del tifoso ferrarista sale alle stelle. Ne sa qualcosa Mika Hakkinen, che nel 1999, fu anch’egli vittima di un’uscita di pista alla prima chicane. Una autentica doccia fredda che interruppe di colpo la marcia trionfale della sua McLaren-Mercedes. Profondamente deluso per il sogno infranto e beccato senza pietà dagli spettatori, il finnico ebbe perfino una crisi di pianto immortalata dalle riprese televisive e dall’obiettivo del celebre fotografo Ercole Colombo. Un pubblico tanto caloroso, quanto impietoso, non solo verso gli avversari, ma pure nei confronti del Cavallino nelle annate storte. Fu molto astuto Alain Prost nel 1989. Dopo aver annunciato il proprio ingaggio a Maranello, il francese ancora in forza alla McLaren vinse la gara monzese e una volta sul podio regalò il trofeo alla massa di appassionati che lo acclamava sotto il podio. Un gesto che fece imbufalire Ron Dennis, il team principal del team anglo-giapponese. In tempi molto più recenti, anche Nico Rosberg si rese protagonista di un gesto alquanto diplomatico.

Era il 4 settembre del 2016, quando dopo aver vinto la gara davanti a Lewis Hamilton, firmando una doppietta Mercedes ed alla Ferrari di Vettel, Nico si rivolse al pubblico urlando al microfono:”…parliamo italiano ! Siete i migliori del mondo !”. L’anno dopo anche Hamilton rivolse il suo ringraziamento:” Adoro Monza e adoro questo pubblico, che tifa per la Ferrari e fa sentire tutto il suo calore.” Ci fu qualche fischio sparuto di alcuni beceri, ma le parole del vincitore vennero poi accolte dagli applausi della folla che brulicava sotto quel moderno podio dalle sembianze di un disco volante. Una costruzione dall’aspetto circolare sospesa sulla pista, inaugurata nel 2002 con una doppietta del Cavallino: 1° Barrichello, 2° Michael Schumacher. Una soluzione innovativa che ha contribuito a migliorare la coreografia del dopo gara, con la marea umana che come da tradizione srotola il grande striscione con il Cuore Rosso Ferrari. Un palcoscenico speciale teatro di episodi entrati curiosi. Chi si dimentica il simpatico sipario regalato da Fernando Alonso nel 2012 ? Giunto terzo, dopo la premiazione e la doccia di champagne, l’allora ferrarista, rubò la telecamera a Franco Scandinaro, decano operatore televisivo del Circus e si mise a riprendere il rettilineo zeppo di folla festante.

Ed infine l’anno scorso con l’impresa del giovane Charles Leclerc al suo primo anno col Cavallino ed alla sua seconda vittoria in una settimana. Un 8 settembre 2019 che il monegasco non dimenticherà mai più. Quel giorno il “piccolo principe” venne incoronato Re di Monza davanti ai 93 mila presenti. Una volta parcheggiata la sua SF90, Charles venne subito avvicinato dall’intervistatore ufficiale che gli porse le domande di rito in inglese, come da protocollo. E qui ecco l’omaggio alla marea rossa che inneggiava al suo nome. Il 21enne, ancora incredulo del capolavoro realizzato, chiese di poter rispondere in italiano e con voce rotta dell’emozione disse:” Vincere qui è un sogno. Lo era già stato a Spa, ma per le emozioni questa ne vale dieci di più”. Da notare che quello del Belgio, fu il suo primo successo in Formula Uno, quello che un pilota incornicia per tutta la vita. Ma come detto sopra, Monza è Monza. In questi giorni Sebastian Vettel ha dichiarato che sarà un peccato non avere i tifosi nel Tempio della Velocità. Ha aggiunto però, che essendo per lui l’ultimo Gran premo d’Italia con la Ferrari, le cose saranno forse più semplici. “Sarebbe difficile per me sentire il calore di chi ci supporta e pensare che sarà l’ultima volta.” Ha confessato il quattro volte iridato.

Qualcun altro invece ha sostenuto che la mancanza del pubblico scongiurerebbe il pericolo di eventuali contestazioni dei fans del Cavallino, sicuramente delusi da un’annata disastrosa e da quanto visto a Spa. L’incrollabile fede per le rosse, come ha raggiunto la massima esaltazione per le vittorie, in passato è anche sfociata in alcune contestazioni. Ma si sa la rabbia è il contraltare delle forti passioni. Franco Gozzi, inseparabile braccio destro di Enzo Ferrari raccontò che nei primi anni ’70, al culmine di una stagione davvero critica per Maranello, dagli spalti monzesi piovvero fischi all’indirizzo del team. Un episodio che infastidì non poco il Drake, che sentitosi tradito durante il viaggio di ritorno a Modena, decise che era giunta l’occasione di far nascere il futuro Gran Premio di San Marino. E così fu.

Immagini © Massimo Campi

 

 

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