F1 Monza 1956: Collins campione di fair play

Di Carlo Baffi

Nel Gran Premio vinto da Moss su Maserati, l’inglese della Ferrari cede il volante al compagno Fangio, appiedato da un guasto, permettendogli di conquistare il suo quarto mondiale.

Quello del 2 settembre 1956 fu un Gran Premio d’Italia destinato a lasciare un segno indelebile nella storia del motorsport per via delle medie raggiunte, delle continue sorprese e di un gesto di rarissima sportività. Sul circuito brianzolo si corre il 27° Gran Premio d’Italia, valido anche come 16° Gran Premio d’Europa. È l’ottavo e ultimo appuntamento del Mondiale, sarà quello che incoronerà il nuovo campione.

La classifica vede al comando Juan Manuel Fangio con 30 punti, seguito da Peter Collins (Ferrari) e Jean Behra (Maserati) con 22 e da Stirling Moss (Maserati) con 19. Il favorito è Manuel Fangio, che però deve tenere d’occhio i quattro avversari ancora in gioco grazie alla matematica. In primis Peter Collins, anch’egli dotato della D50, che in quella stagione si è imposta in sei round (quattro per l’argentino e due per l’inglese).

Di fatto, la Scuderia Ferrari è la favorita e schiera cinque vetture destinate a Fangio, Castellotti, Musso, Collins e De Portago. La minaccia potrebbe arrivare dalla Maserati con la 250F e non bisogna dimenticare l’emergente britannica Vanwall, presente nella massima serie dal 1954.

Le qualifiche sono all’insegna del Cavallino Rampante, che monopolizza la prima fila con Fangio in pole position, davanti a Castellotti e Musso. Subito dietro si piazzano Taruffi (Vanwall), Behra e Moss. Seguono Collins, Villoresi (Maserati) e De Portago. In totale si contano 24 concorrenti in griglia, pronti a sfidarsi sui 50 giri previsti, pari a una distanza complessiva di 500 km. Il tracciato brianzolo comprende il passaggio sull’impegnativo anello dell’alta velocità. Prima della gara, Fangio, da grande esperto, avverte i compagni di fare attenzione alla tenuta delle gomme. Sa benissimo che le forti vibrazioni provocate dai passaggi sulle curve sopraelevate causano un particolare stress sulle coperture, oltre che su altre parti meccaniche. Una profezia che purtroppo si avvererà, provocando ripetute soste ai box per il cambio degli pneumatici e numerosi ritiri. Sugli spalti si contano 50.000 presenze, non un record, complice il maltempo che ha imperversato sull’impianto fino a mezzogiorno, disturbando la gara della Coppa Inter-Europa per le vetture Gran Turismo. Fortunatamente è poi spuntato un caldo sole che ha asciugato il manto stradale, per il sollievo dei concorrenti. Per l’occasione, la figura del Mossiere è rappresentata dal presidente dell’Automobile Club d’Italia, il principe Caracciolo, che alle 15 in punto dà il via alle ostilità. Castellotti balza subito in testa con alle costole Musso; dietro di loro Fangio, Collins, Schell (scattato bene sulla Vanwall dalla quarta fila) e Moss. Più staccati Maglioli, Taruffi, Behra e Villoresi. Fangio, fedele alla sua tattica, viaggia con prudenza e cede persino una posizione a Schell. I fatti gli danno subito ragione perché al quarto passaggio Castellotti e Musso devono fermarsi ai box e, malgrado il pronto intervento dei meccanici, il primo perde 72 secondi e il secondo 57. Le D50 vengono quindi superate da Schell, che si issa al comando, seguito da Fangio e dal resto del gruppo. Tra questi vi è Alfonso De Portago, il nobile spagnolo che, guarda caso, subisce il distacco del battistrada ed interrompe la propria corsa dopo due testacoda: siamo soltanto al sesto giro. Passano tre tornate e il Cavallino è nuovamente vittima dei copertoni; ancora una volta tocca ad Eugenio Castellotti pagare pegno. In uscita dalla Curva Sud, che immette sul rettilineo, scoppia la gomma posteriore sinistra. La D50 numero 24 sbanda verso l’esterno e, grazie al guardrail, evita di uscire dal circuito. Rimbalza in pista compiendo diversi testacoda, attraversando all’indietro il tratto tra la sopraelevata e la Parabolica per arrestarsi infine sull’erba all’interno del tracciato. Per fortuna del pilota lodigiano, tutto avviene prima dell’arrivo delle altre vetture.

E qui che vale la pena soffermarsi sul problema, peraltro temuto già alla vigilia. La Ferrari aveva infatti deciso di adottare su tutte le sue monoposto la misura 7.00×16 pollici anziché quella 7.00×17 consigliata dal fornitore ufficiale, l’azienda belga Englebert. Solo De Portago era partito con le gomme di maggiore sezione. Forse a Maranello ritenevano di poter fare immediatamente il vuoto e controllare la corsa limitando l’usura degli pneumatici. La realtà, però, si rivelò ben diversa. Non solo: anche De Portago e Castellotti, che durante la prima sosta aveva montato la misura da 17 pollici, avrebbero sofferto gli stessi problemi. Così quel volpone di Fangio prende il comando precedendo Moss e Schell, mentre Collins deve fare capolino ai box per l’obbligato cambio gomme, accumulando un ritardo di 45 secondi. Il trio di testa procede a ritmo sostenuto e le vetture restano praticamente incollate, con scambi di posizione. Moss riesce a sopravanzare i rivali e Fangio retrocede al terzo posto. Si arriva così al 19° passaggio, quando si verifica il primo grande colpo di scena. La marcia del tre volte iridato argentino subisce un improvviso rallentamento e la sua Rossa contrassegnata dal numero 22 sopraggiunge lentamente ai box. Qualcuno parlerà di un nuovo cedimento del battistrada della ruota anteriore con conseguente danneggiamento del tamburo del freno. In realtà, la causa del ritiro sarà da imputare alla rottura della levetta dello sterzo, pare per usura del metallo. Di colpo il Gran Premio perde uno dei suoi protagonisti principali e, con lui, anche la battaglia iridata sembra volgere a favore di Collins, seppure leggermente attardato. L’altra D50 in gara era quella di Musso, risalito poco a poco fino al quarto posto. Il tutto mentre Moss consolida sempre più la propria leadership. Al box del Cavallino la tensione si taglia con il coltello. Mario Giambertone, uomo tuttofare nonché rappresentante legale di Juan Manuel Fangio, si rivolge al direttore sportivo Eraldo Sculati chiedendogli di richiamare una delle vetture in gara per consentire all’argentino di tornare in battaglia (all’epoca era infatti possibile lo scambio di vetture tra piloti della stessa squadra) e mantenere viva la speranza di conservare il titolo mondiale di cui era detentore. D’altronde, come scrive lo stesso Giambertone nella biografia dedicata a Fangio, l’argentino riveste il ruolo di prima guida. Ne nasce una discussione animata, finché Sculati si allontana dirigendosi verso la tribuna stampa senza fornire alcuna risposta. Il tempo passa ed al 29° giro, Moss è saldamente al comando, con Musso secondo a 35 secondi: il distacco si è ridotto dopo la sosta del battistrada. Il romano aumenta ulteriormente il ritmo, giocandosi il tutto per tutto, tanto che, quando al 27° giro gli viene prudentemente suggerito un ulteriore cambio gomme, inizialmente rifiuta, salvo poi ricredersi due tornate più tardi. E’ allora che, mentre sostituiscono la ruota anteriore sinistra, gli viene chiesto di cedere il volante a Fangio. Musso, però risponde picche e si rituffa nella mischia. Juan Manuel sembra ormai rassegnato a gettare la spugna, quand’ecco che entra in scena il fidato Giambertone. Rimasto solo ai box, prende in mano la situazione e mostra una ruota al passaggio di Collins. Come detto, il britannico sa che, con Fangio fuori gara, le proprie possibilità di conquistare il titolo mondiale aumenterebbero, qualora Moss — dal quale accusa un ritardo di 1’24”, dovuto a una sosta all’11° giro — incappasse in qualche problema tecnico, considerata l’ecatombe che sta falcidiando la corsa. Eppure, nonostante ciò, Peter imbocca la pit-lane al 32° giri ed ha luogo il miracolo. Durante il cambio degli pneumatici, Giambertone gli parla e gli chiede se fosse disposto ad aiutare Fangio. Senza esitazione, Collins abbandona il sedile lasciandolo al compagno, che stenta a credere ai propri occhi davanti a un gesto di tale nobiltà d’animo. Juan Manuel abbraccia Peter, mentre Andreina, moglie del campione sudamericano, esclama: «Sei un vero caballero!». Terminati i rapidi convenevoli, Fangio sale sulla Ferrari numero 26 e fa ritorno in pista. L’immagine del celebre “cambio della guardia” viene immortalata in una fotografia destinata a diventare iconica, tanto che l’autorevole settimanale britannico “Autosport”, nel numero del 7 settembre 1956, la pubblica in copertina. Arriviamo così al passaggio 40. Schell, nel frattempo, è uscito di scena dopo una sbandata. La Maserati di Stirling Moss conduce davanti a Musso con un margine di 2’04”, mentre in terza posizione è sopraggiunto Fangio, autore di una rimonta che conferma il suo inarrivabile talento. In pratica, ha quasi raggiunto Musso. I distacchi dal leader sono pressoché incolmabili, salvo clamorose sorprese. Detto, fatto. Al passaggio 45, il fuggitivo esce dalla Parabolica con andatura lenta. Che cosa gli sta accadendo? La sua 250F è praticamente a secco a causa di una perdita nei serbatoi. Moss cerca a tutti i costi di raggiungere i box, ma la vettura procede sempre più piano, spinta ormai soltanto dall’inerzia. Per il ventisettenne londinese sarebbe una doccia gelata, quando alle sue spalle si materializza, a velocità ridotta, la Maserati di Luigi Piotti (pilota milanese, classe 1913). Questi comprende immediatamente la situazione e spinge il collega verso il garage, dove i meccanici sono pronti a effettuare il rabbocco. Paradossalmente, mai un tamponamento fu così provvidenziale. A causa di questo contrattempo, però, il comando del Gran Premio passa nelle mani di Luigi Musso. Il primo posto della Ferrari viene accolto da un boato del pubblico. Il trentaduenne romano assapora già il gusto del suo secondo successo in Formula 1, dopo quello ottenuto a Buenos Aires nello stesso anno in coppia con Fangio.

Soltanto tre giri lo separano dalla bandiera a scacchi ed un trionfo a Monza, davanti ai suoi tifosi, darebbe una svolta alla sua carriera. Purtroppo, i sogni di gloria di Luigi durano appena due passaggi. All’uscita della sopraelevata, la sua Ferrari avanza senza controllo, attraversa il tracciato dirigendosi verso la corsia box e riesce fortunatamente a fermarsi in tempo. Si scoprirà che a interrompere la marcia trionfale della D50 è stata la rottura della leva dello sterzo: proprio come era accaduto a Fangio, quasi si trattasse di una maledizione. Musso è comprensibilmente affranto. Scende dall’auto assistito da un meccanico, che lo aiuta anche a togliersi il casco, tanta è la sua amarezza. Un dolore che non gli impedisce, tuttavia, di trattenere a stento le lacrime. Dirà poco più tardi: «Maledetta sfortuna. Già, non potevo vincere io: se vincevo io succedeva una disgrazia». Parole cariche di delusione, riportate da Claudio Benedetti sulle pagine del “Corriere della Sera” e successivamente riprese dal celebre scrittore Cesare De Agostini nel volume “Musso: l’ultimo poeta.” Un epilogo drammatico che aggiunge ulteriori emozioni alla corsa monzese, nella quale Moss si ritrova quasi per incanto di nuovo in testa, baciato dalla fortuna proprio come Fangio. E sono questi due “miracolati” ad animare gli ultimi chilometri di gara. L’argentino risale con forza, riducendo progressivamente il gap: 36” al 48° giro, 20” al 49°. Gioco forza, Moss deve assolutamente replicare senza commettere errori; deve sudarsela, e ci riesce. Alla fine taglia il traguardo con soli 5”7 di vantaggio ed esulta agitando il braccio sinistro. Per lui l’aver varcato la finish line è una vera e propria liberazione. Sapeva benissimo che con un giro in più “El Chueco” (come era soprannominato Fangio) lo avrebbe agguantato e, chissà… A completare il podio ci pensa il 33enne scozzese Ron Flockhart sulla britannica Connaught, scattato dal 23° e penultimo posto in griglia.

Una gara entrata nella storia del motorsport, che riscrisse i primati del Tempio della Velocità. Moss, con una media di 208,707 km/h, superò quella di 206,791 km/h stabilita da Fangio l’anno precedente, sempre sulla distanza di 500 km. Ma non è tutto. Stirling migliorò il proprio record già al 47° passaggio, facendo registrare una media di 217,917 km/h.

Emozionante anche il dopogara, con Fangio festeggiato e assediato da fotografi e cronisti al pari del vincitore: il suo poker di titoli mondiali, conquistati dal 1951 in poi, è qualcosa di unico. I riflettori sono puntati anche su Musso, protagonista di una gara tanto combattiva quanto sfortunata. Qualcuno lo considererà addirittura il vincitore morale della corsa. Sarà elogiato anche da Sculati, secondo il quale il romano si ritirò quando era in testa, a tre giri dalla fine, dimostrando di poter competere con i migliori piloti del mondo.

 

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