Quando l’Alfa Romeo era Milano

Di Gianpaolo Sacchini e Marco Turinetto – Giorgio Nada Editore

C’è stato un tempo in cui il confine tra una fabbrica e una città era talmente sottile da svanire del tutto. Non era solo una questione di geolocalizzazione, ma di identità profonda: Milano era l’Alfa Romeo e l’Alfa Romeo era Milano. Questo legame indissolubile, fatto di nebbia, metallo e coraggio, è il cuore pulsante del libro di Giampaolo Sacchini e Marco Turinetto, edito da Giorgio Nada, che ripercorre l’epopea dello stabilimento del Portello. Il sentirsi “alfista” è stato, ed è tuttora per molti, un vero e proprio modo d’intendere l’auto, di concepire quest’ultima, non solo come semplice mezzo di trasporto ma, al contrario, come oggetto in grado di regalare sensazioni uniche e irripetibili. Come irrepetibili rimarranno gli anni in cui Milano non era solo capitale della moda e del design ma anche e soprattutto dell’automobile, grazie all’Alfa Romeo ma non soltanto.

Tutto inizia nel 1906, in un’area allora periferica della città. Il progetto ambizioso (e fallimentare) del francese Alexandre Darracq lascia il posto, nel 1910, alla nascita dell’A.L.F.A. (Anonima Lombarda Fabbrica Automobili). Il Portello non era solo un indirizzo, era un manifesto. Sotto la guida tecnica di Giuseppe Merosi, la fabbrica iniziò a sfornare vetture che non dovevano solo “muoversi”, ma emozionare. Con l’arrivo di Nicola Romeo durante la Grande Guerra, il marchio trovò la sua forma definitiva. Tra quelle mura nacquero i mostri sacri come la RL e le imbattibili P2, capaci di dominare i circuiti di tutto il mondo, portando il nome di Milano sul gradino più alto del podio. Il libro di Sacchini e Turinetto sottolinea un aspetto fondamentale: la simbiosi sociale.

Il Portello era un “quartiere-fabbrica”. Gli operai e gli ingegneri condividevano gli stessi tram, frequentavano gli stessi bar, parlavano lo stesso dialetto. Entrare in Alfa Romeo significava entrare in una aristocrazia del lavoro. Al Portello non si producevano semplici macchine: si costruivano simboli di un’Italia che voleva correre più veloce degli altri. Il Biscione non era solo un logo sulla calandra, ma il simbolo di un’intera comunità che vedeva nel Portello il proprio riscatto industriale e culturale.

Se l’anteguerra fu l’epoca del prestigio artigianale, il secondo dopoguerra segnò la trasformazione del Portello in una moderna industria di massa. La sfida era titanica: passare dalle fuoriserie per pochi alla produzione in serie. Oggi, dove un tempo rombavano i motori e risuonavano le sirene del cambio turno, sorge un parco e un quartiere residenziale. Ma l’anima del Portello resiste nelle pagine dei libri e nella memoria dei milanesi.

Un’epoca che pare ormai lontana anni luce con il solo Museo Storico di Arese e poche altre realtà di nicchia in grado di mantenere in vita il ricordo di quegli anni gloriosi. Proprio nel momento in cui l’automobile pare diventata il “nemico numero uno” di Milano, all’interno del volume si ripercorrono le tappe più significative della lunga storia della Casa del Biscione, della sua straordinaria evoluzione tecnologica e di come essa abbia costituito la spina dorsale della città e l’orgoglio stesso dei suoi cittadini. Gli anni in cui l’Alfa Romeo era Milano.

Quando l’Alfa Romeo era Milano – Di Gianpaolo Sacchini e Marco Turinetto – Giorgio Nada Editore

Per approfondimenti: https://www.giorgionadaeditore.it/

 

 

 

 

Massimo Campi
Massimo Campihttp://www.motoremotion.it/
Perito meccanico, fotografo, giornalista, da oltre 40 anni nel mondo del motorsport. Collaborazioni con diverse testate e siti giornalistici del settore.

ARTICOLI CORRELATI