Formula 1

Published on Agosto 22nd, 2020 | by Massimo Campi

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Williams inizia una nuova era

La scuderia inglese è stata venduta alla Dorilton Capital – di Carlo Baffi

Era il 28 settembre del 1980, quando l’australiano Alan Jones, vincendo il Gran Premio del Canada a Montreal, conquistava il titolo mondiale piloti, la prima corona iridata per il suo team, la Williams Racing, per la cronaca prima anche fra i costruttori. Quella data rappresentò una grande svolta per la scuderia britannica, così come ieri a quasi quarant’anni di distanza, con il passaggio di proprietà. La Williams Racing era rimasta una scuderia a conduzione familiare, con la famiglia Williams in possesso del 52% del pacchetto di maggioranza e con le restanti quote in mano a soci minori. Purtroppo però il lievitare dei costi del Circus ed i crescenti problemi finanziari non hanno più reso possibile questo tipo di gestione. Agli inizi di giugno, Claire Williams, figlia del fondatore Sir Frank ed attuale vice team principal della scuderia aveva ammesso che si stavano cercando nuovi investitori per far fronte alla difficile situazione economica complicata dalla pandemia e dall’abbandono del title sponsor ROKiT. Le perdite erano veramente ingenti e la posizione di fanalino di coda delle monoposto inglesi nel 2019, aveva reso il quadro ancora più complicato. Una ricerca di capitali che s’è concretizzata con la vendita alla Dorilton Capital, un fondo americano operante negli investimenti a lungo termine, presieduto da Matthew Savage.

Un cambiamento forse non facile da digerire per i romantici di questo sport, ma che è stato salutato con soddisfazione dalla stessa Claire Williams, molto felice che Dorilton Capital sia il nuovo padrone del team, in grado di garantire quella continuità che era divenuta precaria. “Quando abbiamo iniziato questo processo di ristrutturazione – ha spiegato la figlia di Sir Frank –   volevamo trovare un partner che condividesse la stessa passione e gli stessi valori, che riconoscesse il potenziale del team. In Dorilton sappiamo di aver trovato esattamente questo. Persone che capiscono lo sport e cosa serve per avere successo”. Un ottimismo dettato anche dal fatto che la squadra continuerà a disputare i Gran Premi con lo stesso nome, e che le future sigle dei telai non subiranno alcun cambiamento, così come non si prevedono piani di trasferimento. Eloquente pure la dichiarazione di Savage :”Siamo lieti di aver investito nella Williams e siamo estremamente entusiasti delle prospettive per l’azienda. Non vediamo l’ora di lavorare con il team per analizzare dove dovremo investire al fine di riportare la squadra dove merita.” Già, riportare il team ai piani alti. Un compito non certo facile dal momento che la Williams vanta un blasone molto prestigioso. Venne fondata nel 1977 da Sir Frank Williams e dal quotato tecnico Patrick Head. In verità, Williams dopo un inizio come pilota, si rese conto di avere maggiore talento come manager e già nel ’66 aveva creato la Williams Racing Cars, gareggiando in F.2 e F.3 e poi nel ‘69 in F.1 con una Brabham-Ford pilotata dal facoltoso amico Piers Courage. La tragica morte di quest’ultimo, che aiutava finanziariamente la scuderia condizionò decisamente le prospettive future, nonostante le sponsorizzazioni della Marlboro e della Iso Rivolta. Williams fu così costretto ad abbandonare il suo progetto cedendo il 60% delle quote al magnate austro canadese Walter Wolf. Ma si trattò di uno stop momentaneo, perché il sodalizio con i munifici sponsor arabi cambiò radicalmente il corso degli eventi. Dopo il ritorno nei Gran Premi, la Williams Grand Prix Engineering conquistò il suo primo successo nel 1979, con Clay Regazzoni a Silverstone, nella corsa di casa. E l’anno dopo, festeggiò il mondiale che venne bissato nel 1982 con Keke Rosberg.

Le monoposto ovviamente erano progettate da Head, che nel frattempo era divenuto co-proprietario della scuderia controllando il 30% delle quote. Con i motori turbo Honda, la Williams dominò ancora la scena, nonostante il grave incidente stradale in cui Sir Frank riuscì a salvarsi rimanendo per sempre tetraplegico. Ma dopo una lunga convalescenza, il manager britannico tornò nel Paddock per seguire direttamente la sua squadra. Una dimostrazione di quanto quest’uomo abbia sempre avuto a cuore le sorti della sua factory. Fortunatamente il team non subì grossi contraccolpi, le monoposto di Mansell e Piquet (separati in casa) sfiorarono il mondiale piloti nel 1986 e lo vinsero la stagione dopo con il brasiliano. Complice la perdita dei propulsori nipponici, la Williams accusò una flessione, ma siglato l’accordo con la Renault nel 1989, ci fu il pronto rilancio. Al genio di Head si aggiunse anche quello di un giovane ingegnere britannico approdato a Didcot nel 1990: Adrian Newey, futuro genio aerodinamico della F.1 e non solo. Il 1992 fu dominato da Nigel Mansell con la FW14 B, che siglò 14 pole e 9 vittorie aggiudicandosi il titolo iridato dopo 8 GP sui 16 previsti. Il dominio proseguì pure nel ’93 con la FW15C e a laurearsi campione fu Alain Prost, tornato alle corse dopo un anno sabbatico, mossa che spinse il grande rivale Ayrton Senna a far di tutto pur di assicurarsi il volante della monoposto più competitiva del lotto. Purtroppo il 1994 si rivelerà tragico. In seguito all’incidente mortale di Senna il 1° maggio ad Imola, per il cedimento del piantone dello sterzo, la giustizia italiana incriminò Williams, Newey e lo stesso Head. Il processo durò parecchi anni e chiamò più volte in aula i vertici del team inglese, che non si sottrassero mai alle loro responsabilità, poi il tutto si concluse con la prescrizione del reato. Malgrado l’annus-horribilis, la FW16 disegnata da Newey (giudicata poco comoda per i piloti) ottenne grandi prestazioni e consentì al giovane Damon Hill (figlio del grande Graham) di contendere il mondiale a Michael Schumacher fino alla fine, perdendolo per un solo punto ad Adelaide; complice un contatto molto dubbio con il tedesco della Benetton. La rivincita andò in scena nel ’96 e nel ‘97, rispettivamente con i modelli FW 18 e FW19 sempre spinti dal V10 Renault. I piloti a fregiarsi della corona iridata furono Hill e Jacques Villeneuve, figlio del leggendario Gilles. La dipartita della Renault, sostituita dai propulsori Mechacrome e Supertec non portò a grandi risultati e si dovette attendere il matrimonio con la BMW, per rivedere la Williams ai vertici del Circus. Dal 2000 al 2005, la scuderia inglese trasferitasi nel frattempo a Grove, fu per due volte al seconda forza del mondiale, battuta dallo strapotere della Ferrari di Schumacher. Il mancato titolo iridato ed i sopravvenuti contrasti con i motoristi tedeschi, portarono la BMW a mettersi in proprio, lasciando la Williams in balia di un futuro problematico e parco di risultati. Un lungo digiuno rotto dal successo inaspettato di Pastor Maldonado nel 2012 a Barcellona sulla FW34 motorizzata Renault. Dal 2014 le monoposto di Sir Frank adotteranno la potente power unit Mercedes e con i piazzamenti di Valtteri Bottas e Felipe Massa, la Williams chiuderà per due stagioni al terzo posto tra i costruttori. Da li in avanti però l’azienda, creata da un uomo definito il “Ferrari d’Inghilterra” capace di vincere ben 16 titoli mondiali (9 costruttori e 7 piloti) , imboccherà il viale del tramonto, complice la fuga di grossi sponsor e la congiuntura economica. Da ieri è cominciata una nuova era che speriamo porti alla rinascita di questo storico marchio.

 

 

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About the Author

Massimo Campi

Perito meccanico, fotografo, giornalista, da oltre 40 anni nel mondo del motorsport. Collaborazioni con diverse testate e siti giornalistici del settore.



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