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Published on maggio 11th, 2017 | by Massimo Campi

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Romolo Tavoni ed il tè di De Portago

12 maggio 1957, è il grande giorno della Mille Miglia, ma il dramma di Alfonso De Portago metterà fine alla più famosa maratona su strada

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Mille Miglia, una corsa che ha sempre destato l’immaginario popolare, una corsa che ha vissuto anche dei grandi drammi, ed è stato proprio un dramma a decretarne la fine. Il 12 maggio del 1957, sessanta primavere fa, la Ferrari 335S n°531 di De Portago usciva di strada seminando la morte tra gli spettatori. Il tutto succedeva In vista dell’abitato di Guidizzolo, in località Corte Colomba (territorio comunale di Cavriana), quando  l’improvviso scoppio di uno pneumatico fece sbandare la vettura di de Alfonso De Portago ed Edmund Nelson che, finita nel fossato a destra, ne fuoriuscì saltando l’intera carreggiata e schiantandosi sul ciglio sinistro ove erano assiepati molti spettatori. L’incidente provocò la morte degli occupanti la vettura e di nove spettatori, tra cui cinque bambini, oltre a numerosi feriti. Si trattava dell’ultima porzione di gara che portava al traguardo di Brescia e le auto in gara raggiungevano in quel punto velocità anche superiori a 250 km/h.

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Romolo Tavoni era il Direttore Sportivo della Ferrari, riviviamo il dramma attraverso le sue parole di una intervista fatta alcuni anni fa.

il Marchese De Portago fu vittima di un vero incidente, un incidente “incidente”. Sulla Futa aveva toccato con il posteriore, a Bologna avevamo controllato la sua vettura e non c’era niente che toccava nella ruota e gli abbiamo cambiato le gomme, quindi è ripartito da Bologna con gomme nuove. Arriva a Guidizzolo entra nel curvone, prima passa sugli occhi di gatto rotti da un carro e la ruota dechappa causando l’uscita di strada. C’è anche un’altra ipotesi che sui lunghi rettifili padani, a causa delle alte velocità, la carrozzeria danneggiata dalla toccata sulla Futa si sia leggermente spostata causando interferenza con la gomma che è scoppiata. Sono tutte ipotesi, ma nessuna di queste è stata mai provata con sicurezza.

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L’incidente di De Portago fu un grosso problema, anche a livello sociale. Lui era un grande di Spagna, la moglie amministrava le sue banche in America, la madre viveva tra Deauville, la Florida e Parigi. Dopo il dramma la mamma scrisse una lettera a Ferrari e nessuno è mai più riuscito a trovarla. Fu un grande clamore internazionale.

Alfonso “Fon” De Portago, grande nobile spagnolo, aveva interessi in tutto il mondo, ed era un uomo di mondo. Era sempre in viaggio ma non si portava mai del bagaglio appresso. Nelle città dove svolgeva i suoi affari, aveva sempre una suite prenotata in qualche albergo a cinque stelle. Il portiere dell’albergo gli faceva trovare ogni mattina della biancheria intima di ricambio, un paio di pantaloni ed una maglietta nera, tutto nuovo. Se occorreva si faceva comprare un abito o uno smoking, poi lasciava in regalo tutto al portiere. La moglie trascorreva il suo tempo, insieme ai due figli, in qualcuna delle sue residenze o in qualche località alla moda. “Fon” era un uomo bello e pieno di donne, in quel periodo aveva anche una relazione con l’attrice Linda Christian. Ero con lui a Brescia, il mattino della partenza della sua ultima gara. Facemmo assieme colazione per decidere le ultime strategie di gara. Era allegro, voleva partecipare a questa avventura, la gara con una Ferrari ufficiale lo galvanizzava. Si alzò dal tavolo, una ragazza gli chiese un autografo, nel girarsi inavvertitamente urtò un cameriere che gli rovesciò addosso il vassoio con del tè e del latte. Guardai in faccia De Portago, lo vidi di colpo impietrito e pallido, lo sguardo era mutato, era come se fosse impaurito. In fondo non era successo nulla di grave pensai, di cosa poteva essere preoccupato? De Portago mi guardò “Tavoni al mio paese versare latte e tè porta male, è sinonimo di sfortuna, oggi sarà una brutta giornata!”. Era molto superstizioso e molto turbato per il piccolo incidente accaduto, un fatto senza nessuna importanza, ma per lui una specie di sintomo premonitore. Mi scordai quasi subito del vassoio che cadde e delle parole di De Portago, parole che sono risuonate nella mia mente come macigni quando arrivai d’urgenza sul luogo della tragedia.

Tra Enzo Ferrari ed Alfonso De Portago c’era una grande simpatia. Il nobile spagnolo correva abitualmente nelle gare di durata con vetture di sua proprietà. Per la Mille Miglia del ‘57 Ferrari volle dare una sua vettura ufficiale allo spagnolo, che voleva fare a tutti i costi la gara italiana. De Portago, come copilota, scelse Edmund Nelson, un suo amico giornalista inglese ex aviatore della RAF.

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La macchina, nell’uscire di strada si era capovolta ed aveva colpito la folla al lato della strada. Quando arrivai a Guidizzolo, sul luogo della tragedia, mi presentai alla camera mortuaria del cimitero. Vidi i resti di De Portago e Nelson accanto a quelli delle altre vittime. Rimasi scioccato, c’era rimasto ben poco, De Portago era in due pezzi, le gambe da una parte ed il busto dall’altra, mentre Nelson aveva via mezza testa, la macchina si era ribaltata ed il suo casco aveva strisciato per terra per molti metri, una roba orribile. Tutto  attorno c’erano i resti dei corpi degli spettatori. Ferrari mi mandò Giberti in aiuto per trattare con Polizia e Carabinieri. Sono stato veramente male, per un periodo di tempo avevo gli incubi, urlavo la notte.

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Era un brutto lavoro il mio, dovere informare Ferrari, ed i parenti, dopo una tragedia e dovetti accogliere la consorte di De Portago.  – Mio marito era un uomo molto libero, adorava l’avventura e le corse, potevo aspettarmi che finiva così – furono le parole della moglie quando arrivò da Evian dove era in vacanza. Pose una rosa sulla salma, fu il suo ultimo saluto.  Ferrari venne incriminato, gli venne sospesa la licenza, venne incolpato di avere usato gomme non adeguate alla potenza. Ferrari reagì molto male alla tragedia, per una settimana non si fece vedere, rimanendo isolato nel suo dolore. C’è stato un momento che l’ho visto piangere, da solo, nel cortile. Noi abbiamo cercato di stargli vicino, Amorotti gli disse – queste sono le corse, se continuava a fare macchine utensili non aveva questi rischi, fanno parte del mestiere, come la gioie per le vittorie.”

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Enzo Ferrari. Imputato di omicidio colposo e lesioni personali verrà assolto il 26 luglio 1961 per non aver commesso il fatto. La conseguenza della tragedia e della bufera mediatica è la fine definitiva della corsa. La Mille Miglia è troppo pericolosa, basta con le corse su strada, rinascerà 20 anni, nel 1977, come semplice rievocazione storica.

 

 

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About the Author

Massimo Campi

Perito meccanico, fotografo, giornalista, da oltre 35 anni nel mondo del motorsport. Collaborazioni con diverse testate e siti giornalistici del settore.



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