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Published on Ottobre 22nd, 2014 | by Bruno Brida

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La Ferrari naviga nel futuro incerto del gruppo FCA voluto da Marchionne

Se non seguite o se non seguite regolarmente i fatti della finanza internazionale, vi è probabilmente sfuggita una notizia per certi versi insolita.

Dopo aver portato a Wall Street il titolo Fiat Chrysler Automobiles il 12 ottobre scorso, Sergio Marchionne ha acquistato 335mila azioni del gruppo investendo personalmente quasi 2,6 milioni di euro.

Una operazione, quella dell’amministratore delegato di Fca che può essere interpretata in due modi: piena fiducia nel futuro della società di Detroit, oppure tentativo di attrarre investitori locali, sempre molto scettici sulla fusione Fiat-Chrysler.

La quotazione di Fca a Wall Street, infatti, prosegue con scambi ridotti rispetto a quanto succede a Milano: meno di un milione di pezzi scambiati contro i 15,5 milioni di titoli negoziati a Piazza Affari.

La situazione non deve essere tanto tranquilla ai piani alti di Detroit se Marchionne ha programmato una serie di incontri per racimolare soldi nella speranza di evitare un aumento di capitale.

Il fatto è che Fca, nata già con un forte indebitamento (10miliardi di euro), si sta preparando a sborsare quasi 417milioni per ricomprare le azioni di soci che hanno esercitato il diritto di recesso, con la contemporanea necessita di trovare 50miliardi per realizzare l’ultimo (in ordine di tempo) ambizioso progetto industriale annunciato da Sergio Marchionne per il periodo 2014-2018: otto modelli Alfa Romeo; otto modelli Fiat; sei modelli Maserati; nuovi modelli anche per Jeep, mentre il marchio Chrysler raddoppierà la produzione.

Un piano che, sempre secondo Marchionne, porterà Fca a produrre sette milioni di auto, arrivando al 2018 con l’utilizzo del 100% della capacità produttiva degli impianti in Italia ed in Europa, oggi rispettivamente al 53% e al 66%. Sempre sperando che il mercato mondiale dell’automobile si riprenda e che, fatto non secondario, accolga positivamente i nuovi modelli, soprattutto quelli Fiat, ormai a bassa immagine.

Ma per allora Sergio Marchionne avrà già abbandonato – riccamente ricompensato – il barcone di Detroit, magari per trasferirsi a Zurigo e sedersi sulla poltrona (a lui più confacente) di presidente della potente banca svizzera Ubs.

E la Ferrari? “Non è in vendita”, ha sentenziato recentemente Marchionne nella sua nuova veste di presidente della Rossa, ma è un dato di fatto che stia preparando la collocazione in Borsa del Cavallino Rampante, con la conseguente possibilità dell’arrivo di un nuovo socio di maggioranza, magari proveniente dall’area dei Paesi del Golfo.

Per ora Sergio Marchionne deve fare i conti con una sottostima da parte degli analisti del valore del marchio: circa 4,5miliardi di euro, mentre per l’ad di Fca è di 9miliardi.

Questa differenza di valutazione può avere due cause: una produzione troppo limitata (sotto le settemila unità annue per mantenere il “prodotto esclusivo” ma con inevitabili conseguenze sugli utili) e l’immagine sportiva appannata. Da qui la strategia che prevede il lancio di un nuovo modello ogni anno – con l’obiettivo di un volume produttivo di 10mila unità annue, a fronte di nuovi mercati – ed il continuo investimento nella Formula 1.

Quest’ultimo non certo per passione sportiva (appena arrivato a Detroit, Marchionne ha annullato il programma ufficiale della Viper che prevedeva il ritorno a Le Mans), ma per la necessità di rivalutare l’unico pezzo di valore per i grandi investitori in mano a Fca: la Ferrari, appunto, che però nel mondo della Formula 1 e, soprattutto, della finanza rischia di contare sempre meno.

Probabilmente non sapremo come l’ha lasciata Luca Montezemolo, ma il suo “stato di salute” deve essere critico se Sergio Marchionne ha dichiarato di essere pronto a “dare calci nel sedere a chi di dovere” per ottenere risultati.

“Una Ferrari che non vince su una pista di F1 non è una Ferrari. Possono esserci dei periodi sfortunati, ma la sfortuna non può diventare un elemento strutturale del marchio”, come è stato dal 2008 fino ad oggi. “Ci vorrà quel che ci vorrà – ha concluso il neo presidente del Cavallino – potremmo sbagliare, ma non abbiamo niente da perdere giusto?”. Giusto,ma che triste prospettiva per quello che è stato definito “marchio più conosciuto al mondo” e “simbolo dell’Italia di qualità”.

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About the Author

Bruno Brida

Laureato in ingegneria. Giornalista da oltre 40 anni nel settore motoristico, produzione e sportivo. Consulente della comunicazione. Esperienze: redattore di Quattroruote, caporedattore di Autoruore 4x4, caporedattore centrale della Gazzetta di Crema e della Gazzetta di Monza, direttore di Paddock.



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