Il giorno che Lauda disse "no" - Motoremotion.it

Published on Ottobre 23rd, 2013 | by Massimo Campi

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Il giorno che Lauda disse “no”

1976-MontFuji-312T2-Lauda

 L’essere campione ha molte sfaccettature, alcune volte controverse. Il campione di Formula Uno è quello che sa andare più veloce di tutti, che sa vincere più degli altri, che sa ottimizzare le prestazioni ed il risultato e Niki Lauda è stato un grande maestro in tutto questo.

L’austriaco ha rappresentato negli anni ’70 un modo nuovo di essere campione e pilota: freddo, tattico, sempre logico e con scelte tecniche e tattiche che badavano al grande risultato più che alla pura prestazione. Non a caso è stato soprannominato “il computer”, ma c’è stato un giorno in cui ha mostrato un altro volto, quello del coraggio, il coraggio di dire “no”, il coraggio di perdere un titolo mondiale per paura o per una parola data.

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Il teatro è quello del G.P. del Fuji, in Giappone, ultima gara della stagione ma il dramma è iniziato quasi tre mesi prima, sul terribile tracciato del Nurburgring, quando Lauda perde il controllo della sua Ferrari 312T2 e impatta violentemente contro un dosso a bordo pista in prossimità del tornante Bercwerk. E’ domenica 1 agosto, la rossa prende fuoco, Lauda ne esce vivo, ma la sua vita e’ appesa ad un filo e l’austriaco riceve addirittura l’estrema unzione.

La motivazione di Lauda è forte, si riprende, esce dall’ospedale, vuole nuovamente pilotare ed a Fiorano, il 7 settembre, Lauda sale di nuovo a bordo della sua 312T2. A poco più di un mese dall’incidente, l’austriaco compie una ventina di giri e quando scende dalla macchina le ferite sul suo viso sanguinano.

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Il 12 settembre nel Gran Premio d’Italia a Monza, Lauda viene iscritto alla gara. Nelle prove del sabato e’ autore di una sbandata, soffre ma resiste nonostante il dolore e le ferite sanguinanti. La gara dell’austriaco si conclude al quarto posto, che gli consente di allungare leggermente sul suo rivale per il titolo James Hunt, che ha approfittato dell’assenza di Lauda nei Gran Premi di Germania Austria ed Olanda per avvicinarsi in classifica.

Il 24 ottobre è il giorno della resa dei conti nel paese del sol levante. Purtroppo per Lauda le cose non sono andate bene nei Gran Premi del Canada e degli Stati Uniti, entrambi vinti da James Hunt.

Sul circuito del Fuji piove a dirotto e la pista e’ totalmente allagata. Alcuni piloti, tra cui Lauda, si riuniscono e tra le varie discussioni c’è la possibilità di non correre, visto che mancano i presupposti per una minima sicurezza. Nuvole basse, nebbia e pioggia sono la scenografia della gara, ma ci sono gli impegni con gli sponsor, televisioni ed il pubblico pagante e la corsa prende comunque il via, con la visibilità praticamente nulla. Lauda, partito dalla seconda fila, perde progressivamente posizioni e dopo due giri si ferma ai box e scende dalla macchina. Abbandonate subito le tentazioni di trovare altri giustificativi al ritiro, Niki Lauda riconosce molto onestamente di non volere continuare la gara sotto al diluvio, rendendosi protagonista di un’ammissione coraggiosissima e senza precedenti. Mauro Forghieri, direttore sportivo del cavallino rampante, gli consiglia di comunicare alla stampa che era stato un problema tecnico la causa del ritiro; ma il campione austriaco ha voluto essere onesto fino in fondo, con la stampa, con i suoi tifosi e con se stesso, ammettendo pubblicamente il coraggio di dire “no” ad una gara importante, ma senza sicurezza.

Fuori Lauda il box della Ferrari perde tutte le motivazioni, abbandonando Clay Ragazzoni, che stava lottando con Hunt, Il ticinese, in crisi con le gomme, poteva ancora ribaltare l’esito del campionato, ma alla fine arriverà quinto doppiato di un giro dal vincitore Mario Andretti.

Lauda-Hunt

Quasi due ore dopo James Hunt, seppure con molte traversie e favorito dalla complicità di alcuni piloti conclude al terzo posto, quanto basta per scavalcare Lauda di un solo punto ed aggiudicarsi il titolo con la McLaren di Teddy Mayer.

La storia infine renderà giustizia al campione austriaco, che tornerà ad aggiudicarsi il titolo nel 1977 e nel 1984. Con la gara del Fuji perderà per sempre la sua fama di computer senza emozioni, ma entrerà nell’immaginario collettivo per quel suo coraggio di rinunciare ad un titolo, per il coraggio di avere preso una decisione drastica e non avere mentito al pubblico ed ai suoi fans.

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About the Author

Massimo Campi

Perito meccanico, fotografo, giornalista, da oltre 40 anni nel mondo del motorsport. Collaborazioni con diverse testate e siti giornalistici del settore.



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