Gran Premio d’Italia 1978, il dramma di Ronnie Peterson - Motoremotion.it


Storia peterson_1

Published on settembre 5th, 2013 | by Massimo Campi

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Gran Premio d’Italia 1978, il dramma di Ronnie Peterson

 peterson_1 Era nato il 14 febbraio 1944 a Orebro, in Svezia e cominciò la sua carriera come tanti, con i kart. Ben presto, questo ragazzo venuto dal freddo si mise in mostra: era taciturno, come tutti gli uomini del nord, ma velocissimo.

Sui kart imparò l’arte del controsterzo e controsterzando arrivò presto in F.3. Vinse nel 1969 il G.P. di Monaco con la Tecno 69-Ford e tutti gli addetti ai lavori si chiesero come facesse ad andare così veloce.

In F.1 debutta a Monaco il 10 maggio 1970, con la March 701, motorizzata Ford, sfiora la zona punti arrivando 7° e fa esperienza per tutta la stagione, ma nel 1971 e’ già vice campione del mondo e sfiora la vittoria, per un centesimo di secondo, nel Gran Premio d’Italia più veloce della storia ad oltre  246 Km/h.

Intanto vince il suo titolo europeo in F.2, con quattro vittorie assolute all’attivo. La Ferrari nel 1972 lo nota e gli affida la sua 312P, vincerà in coppia con Tim Schenken la 1000 km di Buenos Aires e quella sul difficile tracciato dell’Eifel e finalmente nel 1973 la prima vittoria in F.1, in Francia l’1 luglio con la Lotus 72D. Seguiranno altre nove vittorie, in mezzo, piazzamenti, ritiri e incidenti.

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Ronnie Peterson però è stato un campione incompreso, veloce, infinitamente dotato ma forse troppo poco personaggio, non è mai stato considerato come possibile leader nelle squadre con cui ha corso. Due in particolare: la Ferrari, che dopo avergli affidato una sua vettura sport, non volle saperne di dargli una F.1 e la Lotus di Colin Chapman, dove doveva soccombere al carisma dei suoi capisquadra, che magari andavano meno veloci di lui, ma si chiamavano Emerson Fittipaldi e Mario Andretti.

Alla Lotus lo costrinsero, dopo anni, a fare ancora il numero due di Andretti. Lui accettò ancora una volta, ma quando, durante le prove ufficiali di un gran premio, gli montarono delle gomme vistosamente inadatte, si lanciò in pista con la sua solita aria quasi distratta segnando il nuovo record. Appena fermo ai box, ancora in macchina, alzò il dito medio verso Colin Chapman che lo aveva umiliato.

La Lotus quell’anno correva con la velocissima 79, la wing car che rivoluzionerà tutta l’aerodinamica da corsa. Peterson era imbrigliato da un contratto capestro che lo costrinse al ruolo di seconda guida. Il rapporto con Colin Chapman andò così via via peggiorando fino a portare lo svedese a sottoscrivere un contratto con la McLaren per la stagione successiva.

Arrivò, il 10 settembre 1978, a quel fatale Gran Premio d’Italia sempre più solo con se stesso. La Lotus 79, l’arma assoluta, era solo per Andretti, per il biondo svedese c’era solo la vecchia 78. “Meglio, non darà fastidio a Mario” pensò ancora una volta Chapman.

Siamo alla fine stagione, la nera monoposto sta dominato il mondiale con 9 vittorie (7 di Andretti e 2 Peterson) ed il titolo è ormai questione tra i due, ma nel warm-up lo svedese danneggia la vettura alla variante della Roggia. È costretto a schierarsi alla partenza del Gran Premio con la vettura dell’anno precedente, dotata di una sezione anteriore molto più ridotta. Il motore della vettura incidentata viene trapiantato sulla Lotus 78 e forse in questa operazione della sabbia entra nel circuito di alimentazione.

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Fu un gran premio di soli trecento metri. Si partiva dalla grande larghezza del rettilineo che si stringeva all’avvicinarsi della prima variante. Ronnie si infila nell’imbuto con macchine davanti, dietro, a destra e a sinistra, ma quasi subito lo svedese si trova col motore che non prende giri e quindi viene sfilato dalle vetture che lo seguono. All’altezza della torre di segnalazione dove la pista si restringe in prossimità della prima variante, si trova stretto tra la Arrows di Riccardo Patrese e la McLaren James Hunt. Una toccata, la Lotus si intraversa ed urta violentemente contro il guardrail, rimbalza a centro pista e viene colpita da altre auto, tra cui la Surtees di Vittorio Brambilla, infine si incendia.

Il casino è di quelli “grandi”. Dal groviglio spuntano le fiamme ma lo tirarono fuori in tempo anche se la  macchina era ridotta a brandelli. Lo svedese viene soccorso subito dal personale antincendio e da James Hunt, Patrick Depailler e Didier Pironi. Infine arriva il medico della Fia con l’ambulanza, e Ronnie mentre lo stavano portando via in barella alzò ancora una ultima volta la testa per guardarsi la gamba fratturata in sette punti. All’ospedale di Niguarda gli riscontrarono ustioni e altre fratture, lo operarono subito e l’intervento durò ben sette ore.

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Venne ricoverato nel reparto di terapia intensiva, ma fu colpito da una embolia lipidica. Alle 4.30 del mattino sopravvenne una grave crisi respiratoria e renale. Alle 7 non c’era più speranza e alle 10 e 10  Ronnie Peterson era ormai un ricordo.

In quell’incidente, anche Vittorio Brambilla rimase ferito, rimanendo in coma per alcuni giorni.

Per la cronaca la gara venne vinta da Niki Lauda con la Brabham Alfa Romeo, seguito dalla vettura gemella di John Watson e dalla Ferrari di Reutemann, ma fu una vittoria triste. In realtà fu Andretti a tagliare per primo il traguardo, seguito da Villeneuve, ma entrambi vennero penalizzati per partenza anticipata.

L’inchiesta aperta dalla magistratura italiana sposterà dopo pochi giorni le responsabilità dell’incidente sul direttore di gara accusato di avere dato il via troppo presto, senza che tutti i piloti fossero fermi sullo schieramento di partenza, e su Riccardo Patrese, autore di una partenza fulminea e di una serie di sorpassi al limite della pista, ma dopo varie indagini la sentenza finale del 1983 sancirà la responsabilità di James Hunt che ha stretto ed urtato la Lotus di Peterson causando la carambola fatale.

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Era l’11 settembre1978, Peterson era un ricordo e con glaciale freddezza Colin Chapman commentò: “succede”, nulla di più.

Come i grandi è entrato subito nella leggenda, una leggenda fatta di curve in controsterzo, velocità ed adrenalina pura!

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About the Author

Massimo Campi

Perito meccanico, fotografo, giornalista, da oltre 35 anni nel mondo del motorsport. Collaborazioni con diverse testate e siti giornalistici del settore.



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