Nato sotto il cielo di Londra il 17 settembre del 1929, Stirling Moss è stato uno dei piloti più veloci della sue epoca, un’entità leggendaria, un artista del rischio sempre sul filo acuminato del pericolo.
Stirling Moss non era semplicemente un uomo al volante: era l’incarnazione più pura, spericolata e romantica del rischio, un artista della velocità che sfidava la morte con la nonchalance di un dandy e il coraggio di un titano.
Paul Frère, pilota e grande giornalista, lo definiva come “il più grande stilista della guida del dopoguerra: un maestro assoluto capace di essere il più veloce di tutti pur logorando gli pneumatici meno di chiunque altro”.
Eppure, a fronte di un talento che gli esperti consideravano persino superiore a quello di chiunque altro nella storia, il destino ha voluto riservargli il più crudele e glorioso degli epiteti: “il Re senza corona”.
Sì, perché la Formula Uno gli ha negato quel titolo mondiale che avrebbe suggellato la sua grandezza, inchiodandolo a sedici vittorie leggendarie in 66 GP e a una sfilza di piazze d’onore che bruciano ancora l’anima degli appassionati. Stirling non aveva bisogno di una corona ma è diventato un re nel cuore dei tifosi.
Rimane leggendaria la sua immagine nei ruggenti anni Cinquanta, alla fine di una gara sempre al limite: il volto completamente nero di olio ricinato, grasso e fumi di scarico, con l’inconfondibile “otto” bianco degli occhi a spiccare come l’unico varco di purezza in un mondo fatto di pistoni, bielle e il rischio ad ogni staccata di curva. Intorno a lui c’era l’odore acre e inebriante delle bare a quattro ruote spinte a oltre 250 all’ora senza cinture di sicurezza, protette solo da elmetti che sembravano cuffie da cavallerizzi. Era il regno di un automobilismo ancora grezzo, quello dei cavalieri del rischio! In quell’inferno, nessuno ha mai brillato come lui. Moss ha dominato ovunque e su qualsiasi mezzo, regalando alla Lotus la sua primissima vittoria in Formula Uno e spingendosi ovunque la benzina potesse bruciare. Ma il suo capolavoro assoluto, l’apice mitologico che non troverà mai eguali nei secoli, resta quella folle e sovrumana Mille Miglia del 1955.
Da Roma a Brescia, lungo le strade d’Italia tra binari ferroviari, pavé, curve senza protezioni, alberi a pali a bordo di quella striscia di asfalta lunga 1600 chilometri. Tra le ali di folla, Stirling pilotò la sua Mercedes 300 SLR color argento a una media allucinante e mai più battuta di 157,650 km/h. Al suo fianco, un Denis Jenkinson pallido come un cencio per il terrore, aggrappato alla vita mentre il campione danzava sul baratro in un trance agonistico mistico.
Campione di onestà intellettuale ha dovuto inchinarsi al suo maestro Juan Manuel Fangio senza mai temere il confronto. Moss ha vissuto le sue fide sul filo del rasoio fino al drammatico volo di Goodwood. Era il 23 aprile 1962, sul tracciato dell’ex aeroporto militare la sua Lotus uscì rovinosamente di pista alla curva St. Mary’s durante il Glover Trophy. Stirling fu estratto dai rottami in pericolo di vita, dopo una lunga ripresa tentò nuovamente di risalire nell’abitacolo di una monoposto. Fece qualche test, ma si accorse che qualcosa era cambiato, non aveva più i riflessi necessari per essere un numero uno.
“Ho sempre detto che se non fossi stato più competitivo mi sarei ritirato, ho anche detto che il giorno in cui avessi avuto paura avrei smesso completamente. Oggi ho avuto paura!”
Quando il corpo gli impose lo stop definitivo, scese dall’abitacolo e disse semplicemente basta, senza rimpianti, continuando a irridere la morte fino a novant’anni, salutati per sempre nel giorno di Pasqua del 2020.
I titoli mondiali passano, svaniscono nelle statistiche. Ma i miti, i veri re senza corona, restano eternamente scolpiti nel vento della leggenda e nel cuore degli appassionati.









