Il fascino delle storiche tra integralisti e appassionati

Immagini ©Massimo Campi – Raul Zacchè/Actualfoto

Il mondo delle corse con le auto storiche è un paradosso su ruote: è l’unico luogo dove puoi vedere un milionario in tuta ignifuga rischiare la vita su un’auto che vale quanto un attico a Manhattan, il tutto respirando fumi di olio di ricino che farebbero svenire un ispettore ambientale.

“Non puoi comprendere il presente, né tantomeno il futuro, se ignori il passato.” Lo ha ribadito Antonello Coletta, Global Head of Endurance and Corse Clienti. L’affermazione di Coletta la dice lunga sull’importanza di preservare la cultura e la conoscenza storica anche di questi tempi, in cui tutto viene consumato e dimenticato alla velocità delle luce.

Ma dietro lo spettacolo tecnico, cromatico e sonoro di Goodwood, Monaco Historique o della Le Mans Classic, si consuma una guerra civile silenziosa e spietata: da una parte i “patiti della patina”, dall’altra i “cavalieri dei Concours d’Elegance”.

Le auto storiche sono documenti o strumenti? La risposta a questa domanda divide il paddock in due fazioni inconciliabili. Ecco perché il fascino del motorsport d’epoca è fatto tanto di bulloni quanto di filosofia.

Da una parte ci sono gli integralisti, quelli per cui “Il restauro è un delitto”. Per il purista radicale, un’auto da corsa che ha corso la Mille Miglia nel 1955 deve portare addosso ogni singola cicatrice. Ogni graffio sulla vernice è un capitolo di storia; ogni macchia d’olio sul sedile in pelle è il sudore di un pilota leggendario. Secondo la loro tesi restaurare un’auto significa cancellare la sua memoria. Una Ferrari “over-restored” (restaurata troppo), con le lamiere più dritte di quanto non fossero all’uscita dalla fabbrica, è considerata solo un falso storico. Alcune di queste vetture, se non sono dei rottami, spesso neanche ambulati, possono avere un valore elevato: nelle aste un mezzo conservato può valere molto più di un modello scintillante. Gli integralisti cercano la verità, non la bellezza. Per loro, una carrozzeria opaca e arrugginita ha più dignità di una lucidata a specchio e poco importa se il mezzo non funziona.

L’altro partito è quello degli appassionati del valore storico, quelli per cui “riportarla in vita è un dovere”. Per un appassionato un’auto da corsa è fatta per correre, non per essere un reperto archeologico immobile. Se un’auto deve scendere in pista a 200 km/h, deve essere sicura, meccanicamente perfetta e, perché no, splendida. In una vettura che invecchia il metallo si affatica, la gomma marcisce, l’ossidazione mangia il telaio, usarla diventa impossibile e spesso pericoloso: restaurare non è distruggere, ma salvare.

Riportare una vettura allo splendore del giorno della sua prima gara è un omaggio al genio dei progettisti originali. Questi appassionati spendono fortune in “restauri filologici”, cercando componenti originali o ricostruendoli con le tecniche dell’epoca. Per loro, vedere una griglia di partenza lucida e colorata è come assistere a un film d’epoca che riprende vita in digitale.

Le due filosofie spesso si scontrano, per i primi, gli integralisti, l’auto è un documento immobile a prescindere da tempo che ha deteriorato le parti rendendo spesso impossibile o quantomeno insicuro qualsiasi uso. Per i secondi, gli appassionati, l’auto è un’opera d’arte dinamica che deve funzionare dimostrando le potenzialità e il fascino del mezzo.

Oltre ai due partiti c’è anche il terzo incomodo: il “restomod” per la sicurezza. Oggi il dibattito si è complicato ulteriormente con l’avvento dei restomod (auto storiche con componenti moderni nascosti). Molti appassionati storcono il naso, ma gli organizzatori delle gare devono fare i conti anche con la sicurezza. È giusto montare un roll-bar con un metallo più moderno e maggiormente sicuro in una Lotus del 1962? È accettabile usare un impianto frenante più efficiente per evitare di finire contro un muretto? Qui anche gli integralisti iniziano a vacillare: la storia è importante, ma la vita del pilota e l’integrità del mezzo lo è altrettanto.

Il fascino della contraddizione è spesso questione di scontro filosofico nel mondo delle storiche e il vero fascino delle manifestazioni storiche sta anche nel contrasto tra vetture che sembrano appena uscita da un fienile dopo 50 anni e quelle che brillano sotto il sole come un gioiello di Cartier. In fondo, possono avere ragione entrambi: l’integralista ci ricorda da dove veniamo con il tempo che è passato, il restauratore ci mostra il valore tecnico e dinamico di quel mezzo come era al tempo.

La storia è fatta racconti ma generalmente la ricordiamo e la riviviamo attraverso gli oggetti che sono rimasti. Questi oggetti, soprattutto se sono dinamici come una vettura, in modo particolare da competizione, per resistere nel tempo ha bisogno di manutenzione, in pratica della sostituzione di pezzi. Nelle monoposto di Formula 1, Formula 2 o Formula 3 degli anni ’70, già a metà stagione venivano sostituite parti delle scocche in lamiera, per non parlare delle sospensioni, anche senza avere incidenti. In pratica molte vetture a fine stagione non erano già più uguali a come erano uscite dalla fabbrica e magari continuavano a gareggiare per diverse stagioni con relative sostituzioni di pezzi. Molte di loro sono poi state modificate nel tempo per continuare a gareggiare. Parlare di vetture “originali” diventava già difficile ai tempi, oggi sempre più anacronistico. Per i puristi sono solo vetture considerate “false”, ma anche quando andiamo a vedere una mostra d’arte o un museo ci troviamo quadri restaurati, e la considerazione viene spontanea: sono quindi da considerare anche loro dei falsi?

Andiamo a visitare chiese, monumenti secolari che nel tempo hanno dovuto subire restauri per non cadere a pezzi. Alcuni sono stati ricostruiti dopo catastrofi, ad esempio Notre dame di Parigi è stata rifatta in grandissima percentuale dopo l’incendio del 15 aprile 2019. La Basilica di Assisi è risorta dalla macerie del terremoto: Il 26 settembre 1997, due scosse fecero crollare parte delle volte della Basilica Superiore, distruggendo decine di metri quadrati di affreschi di Giotto e Cimabue che sono stati ricostruiti e restaurati. Il Campanile di San Marco a Venezia è completamente crollato nel 1902 ed è stato ricostruito. Oltre a questi ci sono tantissimi altri esempi di ricostruzioni e di grandi restauri, ma se ragioniamo con la “filosofia integralista”, queste opere di fama mondiale sarebbero solo delle copie e quindi falsi storici!

“C’è qualcosa di profondamente poetico in un’auto, soprattutto da competizione che invecchia. Ma c’è qualcosa di divinamente folle in chi decide che quell’auto debba continuare a sfidare il tempo e la sorte senza nessuna cura: che ci sia una biella originale o un pistone forgiato ieri, finché c’è qualcuno disposto a prendersi cura, a girare la chiave e far urlare quel motore, la storia non morirà!”

« di 2 »

 

Massimo Campi
Massimo Campihttp://www.motoremotion.it/
Perito meccanico, fotografo, giornalista, da oltre 40 anni nel mondo del motorsport. Collaborazioni con diverse testate e siti giornalistici del settore.

ARTICOLI CORRELATI