Storia

Published on Ottobre 8th, 2020 | by redazione

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Con Schumi la Ferrari torna mondiale

Michael Schumacher vince il primo titolo mondiale con la rossa – di Carlo Baffi

Suzuka, 8 ottobre 2000. Una data indimenticabile per Michael Schumacher e la Ferrari. All’ennesimo assalto il pilota tedesco, conquista la tanto sospirata corona iridata con la Rossa riportando a Maranello quel mondiale piloti che mancava da ben 21 anni. L’ultimo portava la firma del sudafricano Jody Scheckter sulla mitica 312T4. La stagione 2000 aveva avuto ancora visto al vertice Schumi e Mika Hakkinen: ancora Ferrari contro McLaren-Mercedes. Con il finlandese che puntava a vincere il suo terzo mondiale fila. Però la Ferrari poteva contare su una vettura molto competitiva la F12000 spinta dal V10 049. Al fianco del tedesco, il brasiliano Rubens Barrichello aveva preso il posto di Eddie Irvine, mentre la coppia McLaren era sempre formata da Hakkinen e lo scozzese David Coulthard. Il campionato s’era aperto con tre vittorie di Schumacher nei primi tre Gran Premi, a fronte di due ritiri ed un secondo posto di Hakkinen. Tra Silverstone e Montreal erano arrivati altri due successi per il ferrarista, contro uno solo del finnico. Ma dopo il giro di boa, il vento cambiava. In Austria, Francia e Germania, Michael era incappato in tre ritiri consecutivi (che s’aggiungevano a quello di Monte Carlo), permettendo a Mika di recuperare terreno.

A Spa poi, il “finlandese volante” aveva piazzato un  colpo da maestro grazie ad un sorpasso da manuale ai danni del teutonico, che gli aveva regalato il trionfo e permesso di consolidare il primo posto in classifica. Dal Gran Premio d’Italia in poi però arrivò il pronto riscatto di Schumi. A Monza e Indianapolis (prima volta del Circus nel mitico Motor Speedway) Michael era salito sul gradino più alto del podio ritornando non solo leader in classifica, ma portando ad otto lunghezze il vantaggio sul rivale. Poteva così presentarsi al penultimo round in calendario, forte di un match-ball a disposizione: in caso di vittoria sarebbe divenuto matematicamente campione. Ancora una volta il Giappone rappresentava il crocevia, tra il Cavallino e il titolo; e la tradizione non era certo delle più favorevoli. Nella memoria dei tifosi del Cavallino c’erano le albe tragiche del ’76 con il ritiro di Lauda ed il trionfo di Hunt. Quella del 1990 con lo speronamento di Senna nei confronti di Prost. E per concludere quelle del biennio ’98-’99. Rispettivamente col ritiro di Schumi prima e la sconfitta di Irvine poi e con Hakkinen incoronato re in entrambe le situazioni.

Ma a dispetto del proverbio che recita:” non c’è due senza tre”, questa volta la Ferrari era più che mai decisa a cancellare i ricordi negativi del passato. Inoltre poteva contare su un trend decisamente in crescita. E a dimostrarlo furono le qualifiche del sabato. Un’ora tiratissima con i due sfidanti protagonisti assoluti, impegnati in una lotta serrata per la pole: un risultato forse non determinante ai fini della vittoria in gara, ma che sicuramente avrebbe messo in una posizione di vantaggio psicologico il poleman. Per cinque volte Schumacher ed Hakkinen siglarono il miglior tempo. Fendenti a ripetizione come due pugili sul ring. Alla fine la spuntò il ferrarista per soli nove decimi, ovvero 56 centimetri. Vano il tentativo del pilota di Ron Dennis che all’ultimo minuto cercò di prendersi la prima posizione, ma gli fu fatale una piccola sbavatura nel percorrere la chicane prima del traguardo. In seconda fila, si piazzarono Coulthard e Barrichello a fare da guardia spalle ai loro capi squadra. A seguire le Williams di Button e Ralf Schumacher. Ed arriviamo a domenica. Ad attendere lo spegnimento delle luci, i due guerrieri si posizionarono in prima fila sulla griglia. Al via Schumacher venne per l’ennesima volta bruciato dal rivale, che cercò subito di involarsi. L’obiettivo del pilota della McLaren Mercedes era quello di accumulare più vantaggio possibile in vista della seconda sosta ai box, quella decisiva. Ma Schumi lo marcò stretto tenendolo sotto pressione. In pratica i due viaggiavano a ritmi di qualifica. Poi ecco il colpo di scena con l’arrivo di una leggera pioggerella, che cambiò il volto della gara. Hakkinen cominciò a perdere terreno nei confronti di Schumacher che sul fondo umido si trovava a suo agio. Quando al 37° giro il finlandese rientrò ai box , il tedesco restò in pista in virtù della maggior quantità di carburante imbarcata nel primo rifornimento. Lo stratega Ross Brawn ordinò allora a Michael di compiere tre giri a ritmo indiavolato. Il tedesco eseguì tutto alla perfezione e così pure i meccanici durante la sosta. Gli uomini in rosso furono rapidissimi e Schumi rientrò in pista davanti al finnico, mantenendo 4” di vantaggio. Gli ultimi 13 giri furono all’insegna dell’alta tensione, col tanto sospirato traguardo che s’avvicinava sempre più. L’ultimo passaggio parve interminabile. Nel box del Cavallino regnava un silenzio irreale. Quando la sagoma della rossa numero 3 apparve sul rettilineo, i meccanici si fiondarono al muretto per salutare con le braccia al cielo l’arrivo del loro pilota vittorioso. Poteva così iniziare la grande festa. Appena tagliato il traguardo, Michael scaricò tutta la sua tensione dando pugni sul volante. La squadra intanto aveva invaso la pit-lane. Durante la premiazione il “Kaiser” spiccò un salto e poi abbandonandosi alla commozione abbracciò Jean Todt, il suo team principal. Durante gli inni, Schumi puntò più volte l’indice verso il team schierato sotto il podio come a dire:” Questo titolo è per voi.” Il tutto condito dalla voce baritonale dell’ingegnere motorista Pino D’Agostino che cantava a gran voce l’inno di Mameli. Uno spettacolo nello spettacolo completato con la doccia di champagne. Nel frattempo l’euforia cominciò ad impazzare da Maranello a Kerpen per quel traguardo inseguito da oltre un ventennio. La festa rossa proseguì nel box, trasformatosi in un salone da barbiere, complice la goliardia. Luca Baldisserri, ingegnere di pista del tedesco venne completamente rasato da un collega. D’altronde il tecnico aveva promesso:” Se vinciamo mi faccio rapare.” La stessa sorte sarebbe toccata ad altri membri del team. Una volta smaltita la baldoria seguì una foto di gruppo davanti al muretto box con il neo campione in borghese insieme alla moglie Corinna ed agli uomini in rosso. Uno Schumacher euforico confesserà ai media:” “Questo è il mio terzo titolo, ma è il più emozionante.

La Ferrari è la storia.” Ed a fargli eco Todt, con una frase profetica: “Siamo soltanto all’inizio di un’abbuffata di vittorie”. Ed il manager francese non si sbagliava. Già due settimane dopo in Malesia, la rossa era attesa ad un nuovo sprint, sempre contro la McLaren. A Sepang, Michael si ripetè e con la terza piazza di Barrichello, la Ferrari centrò anche il titolo marche. Un’impresa che il team festeggiò indossando delle curiose parrucche rosse. Una di queste finì anche sulla testa del presidente Luca di Montezemolo, arrivato in gran segreto all’ultimo momento per celebrare la grande stagione del riscatto. Ormai il ghiaccio era rotto. Da li in avanti, la scuderia di Maranello avrebbe dato il via ad una supremazia incontrastata sino al 2004. Il bilancio è assai eloquente. Altri quattro titoli piloti con Schumacher che giungerà a quota sette ed altrettanti titoli costruttori. Ricordando il titolo di un celebre film, qualcuno parlerà di quel dream-team come “La leggenda degli uomini straordinari”.

illustrazione © Carlo Baffi – immagini © Massimo Campi

 

 

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