C’è un confine sottile, quasi invisibile, tra la terra e il cielo, tra la carne umana e il mito di ferro. Quel confine, per Tazio Nuvolari, aveva il rumore assordante di un motore spinto oltre ogni limite logico e la forma di una strada sterrata, polverosa e crudele. L’11 agosto di quell’estate lontana, era il 1953 nella sua casa, il “Mantovano Volante” ha spento per sempre il suo motore terreno, ma non ha mai smesso di correre.
Nato per sfidare la gravità e la paura, Tazio non guidava le automobili: le abitava, le dominava, quasi le strattonava in una lotta corpo a corpo fatta di derapate impossibili, sterzo consumato e un coraggio che sfiorava la sfrontatezza. Quando i rivali lo vedevano arrivare negli specchietti – basso di statura, lo sguardo feroce dietro agli occhialoni, la maglia gialla addosso e un disperato amore per il rischio – sapevano che la ragione doveva cedere il passo alla leggenda.
Lo ricordiamo così: piegato sulle curve della Mille Miglia, con il volante smontato e rimontato con una fascetta di cuoio, o sospeso in aria con l’Alfa Romeo ridotta a un telaio scheletrato, capace di tagliare il traguardo su tre ruote pur di vincere.
Per lui non esisteva la parola “impossibile”, esisteva solo il prossimo traguardo da bruciare.
“…..Quando corre Nuvolari, quando passa Nuvolari,la gente aspetta il suo arrivo per ore e oree finalmente quando sente il rumoresalta in piedi e lo saluta con la mano,gli grida parole d’amore,e lo guarda scomparire….” (Dalla-Nuvolari)
Oggi, ogni volta che un motore rimbomba solitario nella notte o che una curva viene affrontata con quel briciolo di follia in più, c’è l’eco di Tazio. Ancora oggi, nel silenzio che segue la bandiera a scacchi, sembra di vederlo sfrecciare via, leggero e immortale, lassù dove le strade non finiscono mai.








