Gordon Murray genio della progettazione

Immagini ©Massimo Campi – Raul Zacchè/Actualfoto – Carlo Baffi

Il 18 giugno 1946 a Durban , in Sudafrica nasceva Ian Gordon Murray, uno dei grandi geni delle progettazione di auto da competizione e supercars stradali.

Figlio di genitori scozzesi, Murray ha studiato ingegneria meccanica al Natal Technical College di Durban, tra le sue prime realizzazioni costruì e gareggiò con la propria auto, la IGM Ford, nella categoria nazionale sudafricana tra il 1967 e il 1968. Al giovane Gordon il Sudafrica stava stretto e si trasferì in Inghilterra nel 1969, sperando di trovare lavoro alla Lotus, ma venne assunto alla Brabham dopo un incontro casuale con Ron Tauranac. Quando Bernie Ecclestone acquistò la squadra e Tauranac prese nuove strade, nominò Murray capo progettista.

Il giovane sudafricano impose subito le sue idee, alcune volte rivoluzionarie, spesso geniali e al limite dei regolamenti, realizzando vetture vincenti fuori dagli schemi. Murray non si è mai limitato a progettare auto da corsa; ha costantemente riscritto il manuale di istruzioni del motorsport, trasformando il tecnigrafo in una bacchetta magica. La carriera di Gordon Murray è un’ininterrotta sequenza di intuizioni geniali che hanno mandato nel panico i commissari tecnici della FIA e gli ingegneri avversari. Non cercava la potenza bruta, ma l’efficienza assoluta, applicando una filosofia che ancora oggi è il “Vangelo” della progettazione: il peso è il nemico numero uno. Negli anni ’70 e ’80, Murray alla Brabham ha dato sfogo alla sua vena più creativa e provocatoria, tra le sue creazione la Brabham “Fan Car” BT46B,  il suo capolavoro più controverso. Murray intuì che una ventola montata sul retro poteva aspirare l’aria da sotto la vettura, creando un carico aerodinamico spaventoso. Vinse la gara di debutto in Svezia nel 1978, poi fu ritirata per evitare una guerra politica. Geniale, ma troppo avanti per i tempi.  Segue la Brabham BT55, la F.1 “sogliola” con motore BMW.

Mentre gli altri lottavano con le minigonne rigide per le auto a effetto suolo, Murray ideò un sistema di martinetti idraulici che abbassava l’auto in rettilineo per essere legale alle verifiche e rasoterra in pista. Un colpo da maestro che portò Nelson Piquet al titolo nel 1981.

Verso la fine degli anni ’80, il passaggio in McLaren segnò l’apoteosi. Insieme a Steve Nichols, fu l’architetto della leggendaria MP4/4 del 1988, una delle monoposto più iconiche della storia della F1 con 15 vittorie su 16 Gran Premi disputati in una sola stagione.

Dopo aver dominato la F1, Murray ha fatto qualcosa che pochi ingegneri osano: ha lasciato il circo delle corse per costruire l’auto stradale perfetta. La McLaren F1, nata dalla sua mente, è tuttora considerata da molti la supercar definitiva: centrale, tre posti, motore V12 aspirato, niente aiuti alla guida. Un monumento alla meccanica “pura”.

Gordon Murray è l’ultimo rappresentante di un’epoca in cui un singolo uomo, armato solo di intelligenza e matita, poteva sconfiggere colossi industriali. Oggi, che la Formula 1 è guidata da supercomputer e simulazioni algoritmiche, la figura di Murray risplende ancora di più: ci ricorda che la tecnologia è solo un mezzo, ma l’idea è ciò che vince le gare.

Massimo Campi
Massimo Campihttp://www.motoremotion.it/
Perito meccanico, fotografo, giornalista, da oltre 40 anni nel mondo del motorsport. Collaborazioni con diverse testate e siti giornalistici del settore.

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