Storia

Published on Marzo 20th, 2021 | by Massimo Campi

0

Racing style

Dalla pelliccia alle tute ignifughe, l’evoluzione dei vestiti da corsa

Il primo Grand Prix della storia è nato 100 anni fa, in Francia, la terra dove erano più diffuse le vetture e le corse stavano diventando il miglior veicolo pubblicitario per il nuovo mezzo di locomozione che andrà a sostituire le carrozze trainate dai cavalli. Ma le corse con le prime carrozze a motore erano già state disputate alla fine del 1800, su percorsi accidentati che andavano da una città all’altra. Parigi-Rouen, Parigi-Bordeaux, Parigi-Marsiglia, gare durissime, frequentate da veri pionieri, coraggiosi, con indumenti pesanti e ingombranti per ripararsi dalle intemperie e potere sopravvivere dal freddo, pioggia, polvere e sassi sparati dalle altre vetture. Cappottoni lunghi fino ai piedi, pellicce, giacconi foderati di pelliccia, goffi berretti con la visiera girata all’indietro occhialoni, tutti vestiti spesso presi in prestito dai pionieri dell’aviazione.  Il primo gran premio si svolge nei pressi di Le Mans e vince la Renault guidata da Ferenc Szisz, ma le strade, già meno accidentate, e le vetture con più protezione dell’abitacolo, consentono ai piloti di indossare un abbigliamento meno scomodo.

alfa1_1200x

Giubbotti in pelle come aviatori

Ben presto, con il progresso ed i motori delle vetture che occupano sempre più posto davanti al pilota, anche l’abbigliamento cambia rispetto alle bardature dei pionieri. Al posto di lunghi cappotti compaiono giubbotti in pelle più stretti, da indossare generalmente sopra a maglioni girocollo. Alcuni di questi diventeranno presto famosi, di colore amaranto, con una grande scritta in corsivo “Alfa Romeo”, saranno le divise che distingueranno Antonio Ascari, Giuseppe campari ed Ugo Sivocci, i tre campioni del Portello. In seguito i piloti cominceranno ad indossare le stesse tute in tela dei meccanici, magari con le loro iniziali o la marca della vettura ricamata sopra. Pietro Bordino usava una tuta in tinta con la sua vettura, verrà soprannominato “il diavolo rosso”. I berrettoni vengono pian piano sostituiti dalle cuffie in pelle o in tela degli aviatori o dei motociclisti, con relativi occhiali da corsa per ripararsi dalla polvere e dai sassi.

Ros_byweb_600x

Chiron, Nuvolari e Varzi con i loro indumenti da corsa

Nel 1921 si disputa a Montichiari, vicino a Brescia, il primo Gran Premio d’Italia e tra i partecipanti c’è il giovane Louis Chiron, il primo con un abbigliamento espressamente realizzato per le corse. Il pilota monegasco indossa una elegantissima tuta confezionata su misura aderente e con varie tasche al posto giusto, scarpe leggere, guanti in pelle finissima ed un curioso casco rigido a scodella.  Nuvolari e Varzi, i due assi italiani, inizialmente continuano ad indossare indumenti da motociclisti, ma ben presto il mantovano imita Chiron con un abbigliamento specifico, indossando la sua famosa maglia gialla con le iniziali ricamate e la tartaruga donata da Gabriele D’Annunzio. Il mantovano indossa anche pantaloni in tela azzurri, con la cintura in coccodrillo nera vinta alla Coppa Vanderbilt nel 1936. Sulla testa ha il casco simile a quello degli aviatori o la cuffia in tela nelle giornate  calde, in pelle quando fa freddo. Al collo porta sempre un nastrino tricolore e quando fa freddo, sopra la maglia, indossa un giubbino in pelle marrone senza maniche. Solo durante il periodo dell’Auto Union Nuvolari tradirà la sua tradizionale divisa da gara per la tuta bianca imposta dai vertici tedeschi, anche se qualche volta è riuscito a fare uno strappo alle regole. Il vestiario per  Tazio Nuvolari era molto importante, nel 1953, in punto di morte, le ultime parole alla moglie Carolina sono state “voglio indossare la mia tenuta da gara!”

Achille Varzi era soprannominato “il signore delle piste”, modi aristocratici, guida pulitissima ed estrema cura anche della persona. Varzi si adatta subito alle nuove mode con tute azzurre appositamente confezionate da un sarto. I suoi amici, il Conte Carlo Felice Trossi ed il Marchese Antonio Brivio Sforza presto lo imitano. I due principali piloti della Bugatti, Chiron e Sommer, corrono con tute azzurre, mentre all’Auto Union ed alla Mercedes impongono le tute bianche ai loro piloti. Stuck, Rosemayer, Caracciola, Lang, Von Brauchitsch, Seaman, Varzi e Nuvolari quando corrono con loro, sono tutti rigorosamente in tinta, compreso caschi e cuffie in tela o pelle sempre bianchi.  Renè Dreyfus è il primo a seguire l’esempio i Chiron indossando un casco rigido alla Mille Miglia del 1937, ma bisognerà aspettare il dopoguerra per vedere la diffusione del copricapo a protezione della testa.

Tazio Nuvolari-3

Magliette e pantaloni in tela

Zittite le armi riprendono i motori, Varzi si ripresenta in pista con pantaloni di tela e maglietta a maniche corte. Wimille, Farina e Sanesi guidano le Alfa con le tute azzurre fornite dalla casa o dalla Pirelli, si distingue Gigi Villoresi con pantaloni di tela, magliette polo e giubbetti eleganti in tessuto di sartoria. Fangio invece indossa sempre magliette girocollo blu con pantaloni in tela leggerissima. È nota la superstizione di Alberto Ascari che corre sempre con lo stesso vestiario: maglietta, pantaloni, casco tutto azzurro.  Quando perde la vita a Monza è una delle poche volte che pilota una vettura da competizione vestito in borghese, con il casco preso in prestito da Castellotti.

ascari_1

Giannino Marzotto vince la Mille Miglia del 1950 indossando un elegante completo marrone con giacca e cravatta ed anche Villoresi lo imita quando vince l’anno successivo. Ben presto le magliette polo diventano la divisa dei piloti. Von Trips, Ascari, De Portago, Collins, Baghetti, Musso, Bandini, Castellotti, Phil Hill, corrono tutti con comode magliette simili, ognuno con vari colori di preferenza. Si distingue Mike Hawthorn con la sua impeccabile camicia di seta bianca, papillon blu a pois bianchi e sopra l’inseparabile giubbino in tela verde.

I primi caschi li fabbrica Herbert  Johnson, leggeri, simili a quelli dei giocatori di polo, con una buona protezione in caso di pioggia o sassi. Alcuni preferiscono usare delle visiere di protezione, come Hawthorn, altri gli occhiali, e curiose visiere girevoli vengono usate quando piove. Les Leston, di Londra, realizza i primi caschi jet con una protezione laterale anche per le orecchie, ma sarà la Bell americana ad invadere il mercato negli anni ’60. Ai piedi si diffondono le scarpe da ciclista, leggerissime in pelle con la suola di cuoio molto sottile o i mocassini in pelle sempre leggeri, poi arrivano le calzature professionali in pelle a scarponcino ed i primi ad indossarle sono Clark, Stewart e Graham Hill.

CJ_01

Tute da pilota e caschi integrali, la Formula Uno Moderna

Negli anni ’60 arrivano le tute che riparano dal fuoco, Les Leston di Londra fabbrica quelle azzurre con la scritta Dunlop. In seguito, all’inizio degli anni ‘70 arriveranno quelle veramente ignifughe con sottotuta, guanti e calzature specifiche.  Dan Gurney è il primo pilota ad indossare un caso integrale, nel G.P. d’Italia a Monza nel 1967. È della Bell, nero, con la visiera fissa. Inizialmente viene guardato in modo strano dagli altri piloti che usano ancora il classico Jet con gli occhialoni ed il sottocasco a fascia di protezione.  Ben presto, in poche stagioni, l’integrale diventerà di uso comune e tutta la formula uno cambierà totalmente il volto e la propria immagine fino ad arrivare ai giorni nostri dove, nella moltitudine di colori e nel continuo variare della grafiche, diventa spesso difficile identificare facilmente i propri beniamini.

 

 

 

Print Friendly, PDF & Email

Tags: , , , , , , , , , , , ,


About the Author

Massimo Campi

Perito meccanico, fotografo, giornalista, da oltre 40 anni nel mondo del motorsport. Collaborazioni con diverse testate e siti giornalistici del settore.



Back to Top ↑
  • Il libro Brembo della Formula 1 2016