Storia

Published on Giugno 2nd, 2020 | by Massimo Campi

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Bruce McLaren 2 giugno 1970

Di Carlo Baffi

Era il 2 giugno 1970, quando nel corso di un test a Goodwood, Bruce McLaren rimase vittima di un incidente mortale. Era alla guida di una sua monoposto, creata nella sua factory, la MC M8D realizzata per la Can-Am, la quale perse una sezione della coda mentre viaggiava a circa 270 km/h. Priva di controllo, la vettura come impazzita sbattè contro le barriere e dopo essersi divisa in due prense fuoco. Una dinamica drammatica che non lasciò scampo al pilota neozelandese. In un istante calava tragicamente il sipario sulla vita di questo campione e costruttore di soli 32 anni e con 101 GP alle spalle. Lasciava la moglie Patty ed una figlia di soli 4 anni. Purtroppo in quel triste 1970 si sarebbero registrati altri due schianti fatali. Quello di Piers Courage a Zandvoort il 21 giugno nel G.P. d’Olanda e quello dell’iridato Jochen Rindt, il 5 settembre durante le qualifiche del G.P. d’Italia. Bruce Leslie McLaren, era nato il 30 agosto del 1937 ad Auckland in Nuova Zelanda. A nove anni venne colpito dalla malattia di Legg Perthes, una patologia degenerativa che colpisce le giunture conofemorali. Ricoverato in una casa di cura per circa due anni restò a lungo in trazione e per muoversi doveva usare le stampelle. Fortunatamente, malgrado il pessimismo dei medici guarì quasi completamente, restando afflitto soltanto una leggera zoppia che lo accompagnò per tutta la vita. Tornato a casa, il giovane trascorreva parecchio tempo nel garage della stazione di servizio gestita dai genitori ed è proprio qui che crebbe la sua passione per i motori. A 15 anni si iscrisse presso il Seddon Memorial Technical College di Auckland, dove conseguì il titolo di studio di ingegnere e a 16 anni restaurò una vecchia Austin 7 donatagli dal papà. Era il preludio alla partecipazione alle prime corse locali, in cui ebbe modo di mettere in mostra il suo talento.

La svolta arrivò nel 1958 con la disputa del Gran Premio di Nuova Zelanda sulla pista di Manfeild. Corsa non valida per il mondiale di F.1, ma che vide la presenza di parecchi campioni, tra cui Jack Brabham.   L’asso australiano rimase colpito dalle gesta di Bruce, il quale venne selezionato per il programma “Driver in Europa”, avente lo scopo di far crescere gli esordienti nel vecchio continente. Partito alla volta dell’Inghilterra e aiutato proprio da Brabham, McLaren approdò alla sede della Cooper, dove insieme al proprio meccanico Colin Beanland, iniziò a cimentarsi al volante di una F.2. E dal momento che questo tipo di monoposto poteva correre insieme alle F.1, si materializzò l’occasione del grande salto nella categoria regina. Il 3 agosto di quello stesso anni, il rookie era in griglia nel G.P. di Germania sul temibilissimo Nurburgring. Una corsa che purtroppo venne funestata dal tragico incidente in cui perse la vita l’inglese Peter Collins, finito fuori strada con la sua Ferrari 246. McLaren partito dalla 4^ fila con il 12° tempo risalì fino a tagliare il traguardo in quinta posizione. Sempre in quella stagione corse pure l’ultimo round in calendario, il G.P. del Marocco a Casablanca dove chiuse 12° alle spalle di Brabham, suo mentore e compagno di squadra. Nella stagione successiva, sempre con la Cooper, McLaren ottenne piazzamenti significativi e il 12 dicembre a Sebring firmò finalmente il suo primo successo in F.1. Una vittoria che fece di lui (aveva 22 anni e 80 giorni) il più giovane vincitore di GP fino a quel momento e che gli permise di assicurarsi il 6° posto nella classifica generale con 16 punti e mezzo. Un’ulteriore conferma di una carriera avviata verso nuove soddisfazioni e nuove ambizioni. Nel 1961 Bruce era ancora gregario di Brabham, ma sul finire dell’anno mister “Black Jack” decise di mettersi in proprio, diventando anche costruttore. Di conseguenza il neozelandese fu promosso da John Cooper prima guida per il ‘62. Fiducia che venne subito ripagata con il trionfo nel G.P. di Monte Carlo il 3 di giugno, davanti alle Ferrari di Phil Hill e Bandini. Per McLaren, una nuova svolta sarebbe arrivata nel 1966, quando esordì al volante di una vettura di sua costruzione. Ma per comprendere meglio questo fondamentale passaggio torniamo indietro di qualche anno. Il 2 settembre 1963,   McLaren aveva fondato una propria scuderia: la Bruce McLaren Motor Racing Ltd. Suo compagno d’avventura era l’avvocato americano Teddy Mayer, fratello di Timmy, il giovane pilota arrivato alla Cooper per disputare il G.P. Usa del ’63. Ovviamente Bruce continuò ad essere la prima guida del team inglese e propose a John Cooper di preparare due vetture per la Tasman Cup, una nuova manifestazione organizzata in Nuova Zelanda. Ma il disinteresse da parte di Cooper, fra l’altro vittima di un grave incidente stradale, indusse McLaren a pensare in proprio. Riadattò due Cooper grazie all’aiuto di due meccanici Willy Willmott e Tyler Alexander. Una mossa azzeccata, che vide Bruce trionfare nella prima edizione di questo nuovo trofeo. Una gioia che purtroppo venne oscurata dalla tragica fine di Timmy Mayer, perito in un incidente a Longdorf il 28 febbraio. Nei mesi seguenti McLaren guardò anche al panorama delle vetture sport di grossa cilindrata e la sua piccola azienda inizialmente composta da circa 8 persone, iniziò a crescere.

La F.1 era però il vero obiettivo di McLaren, che nel 1965 intuì che il Circus stava cambiando in conseguenza delle norme che prevedevano il passaggio dai motori da 1,5 a quelli da 3 litri. Vittima designata era quindi il veterano Coventry-Climax che Bruce sostituì con un propulsore Ford realizzato per la Indy, riducendone la cilindrata da 4,2 litri a 3.

La prima mossa del nuovo programma portò all’assunzione di un giovane ingegnere aeronautico Robin Herd (fondatore in seguito della March insieme a Max Mosley, Alan Rees e Graham Coaker). Inoltre dalla Cooper arrivò anche Owen Maddox, un esperto telaista. Dalla cooperazione tra i due nacque un prototipo denominato M2A, che nell’autunno del 1965 venne testato sulla pista di Brands Hatch. Una vettura laboratorio anche per la Firestone con cui McLaren siglò un vantaggioso contratto. Un prototipo avente il telaio realizzato sullo stampo delle cabine degli aerei di linea, con un’anima interna in balsa rivestita da due laminati, in stile sandwich, di mallite. Un modello che venne poi aggiornato pochi mesi dopo con la versione M2B. Il 22 maggio del 1966, sulle stradine del Principato di Monaco faceva la sua comparsa una monoposto decorata con una riga verticale verde scuro sul muso, spinta da un motore Ford da 8 cilindri. Era la prima McLaren della storia, ovviamente pilotata da Bruce, che partito col 10° tempo, si ritirò al 10° giro complice una perdita d’olio. Ma la stagione ’66, verrà ricordata da McLaren anche per via di un altro importantissimo risultato: il trionfo nella 24 Ore di Le Mans, in coppia con Chris Amon a bordo di una Ford Mark II.

Le vittorie del neozelandese proseguirono anche nel 1967, alla 12 Ore di Sebring in coppia con Mario Andretti e nel Campionato Can Am. La serie nata nel 1966 con 6 appuntamenti in calendario tra Canada (2) e Stati Uniti (4), riservata a vetture sport di Gruppo 7. Una categoria in cui la McLaren (con modelli motorizzati Chevrolet) divenne protagonista assoluto vincendo 5 edizioni consecutive dal 1967 al 1971, con Bruce, Denis Hulme e Peter Revson. E proprio grazie ai modelli prodotti per questo campionato, la McLaren fruì dei finanziamenti necessari per affrontare il mondiale di F.1. Il 1968 si aprì con la dipartita di Herd verso la Cosworth, rimpiazzato da Gordon Coppuck. Inoltre venne ingaggiato il Campione del Mondo in carica Denis Hulme, reduce da 3 stagioni con la Brabham, al quale si aggiunse l’americano Dan Gurney dopo un’esperienza difficile con la Eagle. Ulteriore novità fu rappresentata dalla livrea della M7A (modello progettato da Herd), dove il rosso dell’anno prima, lasciò il posto all’arancione.

La stagione debuttò sotto i migliori auspici con McLaren che s’impose nella Race of Champions a Brands Hatch, mentre nel Daily Express Trophy a Silverstone fu doppietta, con Hulme davanti a Bruce. Un viatico al primo trionfo nel Circus. Il 9 giugno sull’impegnativo tracciato di Spa si presentarono ben tre McLaren, alle due di Hulme e McLaren si aggiunse anche quella dello svedese Jo Bonnier. La gara fu condotta a lungo da Stewart che nel finale dovette fare un rabbocco di benzina, consentendo quindi a McLaren di conquistare la vittoria al volante della sua monoposto. Un trionfo inaspettato per il neozelandese, che nel corso dell’ultimo giro non si accorse che il rivale scozzese era rientrato ai box. La competitività raggiunta dalle monoposto arancioni venne confermata dal posto d’onore nella classifica costruttori a 11 punti dalla Lotus vincitrice; McLaren invece terminò quinto tra i piloti. L’anno dopo, il neozelandese chiuse terzo alle spalle Ickx e di Stewart, campione iridato. E siamo così al fatale 1970. Al volante della M14A, sempre motorizzata Cosworth, Bruce giunse secondo a Jarama. Purtroppo fu il suo ultimo podio. Il 10 maggio a Monte Carlo si ritirò per colpa di una sospensione e pochi giorni prima del round successivo in Belgio, si compirà la tragedia. Superato lo choc iniziale, le sorti della McLaren furono raccolte da Teddy Mayer e da Phil Kerr. Una gestione proficua che attirerò nuovi munifici sponsor, primi fra tutti la Marlboro che dal 1974 colorò le monoposto con la grafica bianco rossa del popolare pacchetto di “bionde”. Ai risultati economici fecero seguito anche quelli sportivi coi titoli del ’74 e del ’76 conquistati da Emerson Fittipaldi e da James Hunt. Seguì un breve appannamento, poi dal 1981 decollò una nuova era, quella targata Ron Dennis, capace di riportare ai vertici la scuderia. Una grande realtà nata dal sogno ambizioso di Bruce McLaren

testo e illustrazione © Carlo Baffi

 

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Massimo Campi

Perito meccanico, fotografo, giornalista, da oltre 40 anni nel mondo del motorsport. Collaborazioni con diverse testate e siti giornalistici del settore.



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