Storia

Published on Maggio 26th, 2020 | by Massimo Campi

0

I misteri di Ascari

Il 26 maggio 1955 scompare Alberto Ascari a Monza

Monza, 26 maggio 1955. Sono da poco passate le 13, quando sul popolare tracciato brianzolo, Alberto Ascari, due volte campione del mondo F.1 e asso indiscusso del volante, va incontro ad un tragico destino perdendo la vita in una drammatica uscita di pista. Un incidente destinato a far tanto discutere, per via dei troppi misteri che ancor oggi dopo 65 anni aleggiano intorno ad esso e al compianto pilota milanese. Per cercare di far luce sui fatti, occorre partire da un antefatto andato in scena la domenica precedente, durante il G.P. di Monaco. Siamo al giro n°81 ed Ascari, che ha da poco preso il comando, esce velocissimo dal tunnel per dirigersi verso la chicane del porto. Ad un tratto la sua Lancia D50 sbanda, travolge le transenne e i sacchi di sabbia, finendo la sua corsa in mare. Grazie all’immediato sopraggiungere di un sommozzatore, il pilota sbalzato fuori dall’abitacolo, viene tratto in salvo; però una volta salito sulla barca dei soccorsi perde i sensi. Rinvenuto all’ospedale, il pilota lamenta solo una contusione al naso, oltre al comprensibile choc. Nei giorni successivi, tornato nella sua casa milanese di Corso Sempione, “Ciccio” trova il modo di scherzare coi giornalisti sull’episodio, sottolineando che se avesse letto il suo oroscopo avrebbe evitato di correre. Fa riferimento a quanto appreso dal vicino di letto nel corso della sua breve degenza monegasca. Trattasi di un radiocronista francese, che nel corso del G.P. è caduto nella sua postazione fratturandosi una gamba. L’elemento curioso è che costui ha la stessa data e ora di nascita di Ascari. Dunque, un giorno poco fortunato per i nati in quella costellazione. Ma torniamo alle ragioni di quella paurosa uscita di pista. Un guasto inspiegabile (qualcuno metterà sott’accusa i freni) che scuote parecchio il pilota, non tanto per il “tuffo” in mare, quanto per ciò che potrebbe presagire una sorte infausta. A seguito di un brutto incidente occorsogli negli anni precedenti, quando era impegnato nelle gare motociclistiche, Ascari s’è convinto di essere protetto da una buona stella. Non si considera un pazzo del volante, sa valutare i pericoli, ma al tempo stesso sostiene che ad ogni gara il destino siede sempre accanto al pilota. Parliamo di un’epoca in cui gli standard di sicurezza sono quasi inesistenti e di conseguenza gli schianti mortali sono una costante. Lo stesso Ascari, è stato già protagonista di incidenti seri, ma fortunatamente senza subire gravi conseguenze. Dopo quel giorno a Monaco però qualcosa cambia. Forse il pilota avverte l’esigenza di risalire in vettura al più presto al fine di dimostrare che è ancora il campione di sempre. Pensieri che si rincorrono nella mente di “Ciccio” , che nella propria abitazione milanese si concede qualche momento di riposo, come ordinatogli dai medici. Se non che, la mattina del giovedì successivo riceve una telefonata dell’amico Eugenio Castellotti che lo invita all’Autodromo di Monza ad assistere alle prove per il Gran Premio Supercortemaggiore, in programma nel fine settimana. Ascari accetta e passa a prendere Gigi Villoresi, suo amico di sempre. Una volta in autodromo, i due si siedono in tribuna centrale, fino a quando Alberto si alza e decide di fare una visita ai box. Villoresi cerca insistentemente di dissuaderlo, ma il campione non vuole sentire ragioni. Nelle insoliti vesti di spettatore, Ascari incontra i tanti amici della Ferrari, scuderia per cui ha corso sino a due anni prima. Può così ammirare la nuova Ferrari Sport 750 Monza tre litri che non veste una carrozzeria rossa, bensì ancora d’allumino sagomato.

D’improvviso si rivolge a Castellotti, chiedendogli:” Posso fare un paio di giri?” La richiesta spiazza un po’ tutti, dal momento che Ascari non è più un pilota del Cavallino e potrebbero esserci dei problemi legati all’assicurazione. Stupisce ancora di più sentirlo chiedere a Castellotti  il casco e i guanti. Un gesto decisamente inconsueto, perché veniva meno quel rito che aveva sempre accompagnato ogni gara di “Ciccio”.  Era talmente legato ai suoi accessori personali, che nelle acque di Monte Carlo chiese al sommozzatore accorso in suo aiuto di reimmergersi e recuperare il suo inseparabile casco azzurro. Si racconta che durante le prove di un Gran Premio, nel vedere il suo caschetto spostato dal muretto dei box, Ascari avesse abbandonato il circuito per tornarsene in albergo: lo reputava un segno poco fortunato. Ebbene, non curante della superstizione, Ascari si cala nell’abitacolo della Ferrari e accende il motore. Compie i primi due giri ad andatura moderata, poi parte per il terzo. Il fragore degli 8000 giri si avvertono sempre più in lontananza, mentre la vettura si dirige verso le curve di Lesmo. Il rombo torna a salire mentre si avvicina verso la curva del Vialone (oggi intitolata proprio ad Ascari) per lanciarsi lungo il rettifilo. Ma ecco che cessa all’improvviso sostituito da una breve successione di tonfi sordi, seguiti da un silenzio irreale, come racconteranno alcuni testimoni presenti in corsia box. Ai primi soccorritori appaiono due lunghe strisce nere che attraversano la pista verso l’esterno, segno inequivocabile di una brusca manovra e qualche metro dopo ecco il corpo straziato del pilota ormai privo di vita, con indosso i brandelli della camicia. Poco più in là tra i cespugli giace il relitto della Ferrari a ruote capovolte. La notizia fa subito il giro dei quotidiani, le cause dell’incidente sono però sconosciute dal momento che non vi sono testimoni oculari. L’errore umano è quasi impossibile visto che Ascari conosce Monza a memoria. Qualcuno parla di un malore: che il pilota non si sia ancora ristabilito dall’incidente di Monaco? O è forse colpa dei gas della benzina, dal momento che Ascari respirava solo con la bocca per via del setto nasale fratturato? Poco probabile, visto che in soli tre giri il quantitativo di gas respirati non è così alto da provocare uno svenimento.

Anche la Barchetta 750 Monza finisce sotto accusa. Mike Hawthorn sosterrà che i pneumatici ed i cerchioni erano incompatibili tra loro e potrebbero essere stati la causa della brusca derapata. Ma spunta anche l’ipotesi dell’ostacolo improvviso. Qualcosa (un animale selvatico sbucato dal parco), o qualcuno  ha attraversato la pista nel momento in cui stava sopraggiungendo la vettura? Magari uno di quegli operai che in quei giorni lavorano alla costruzione delle curve sopraelevate? Tempo dopo comincerà a circolare una voce secondo cui Ascari avrebbe cercato di evitare un uomo comparso di colpo davanti a lui. Sempre secondo indiscrezioni, costui distrutto dalla colpa si sarebbe prima confessato ad un sacerdote e poi suicidato.

Si dovrà attendere il 2001, quando il giornale svizzero “Rinascita”, pubblicherà il racconto di Angelo Consonni, che all’epoca aveva sette anni e che si trovava col nonno in prossimità della curva del Vialone. Consonni racconta di aver visto due operai intenti ad attraversare la carreggiata per raggiungere un capanno mentre si sentiva sopraggiungere un’auto. Se il primo è lesto, il secondo tentenna e si ferma. Subito dopo quel bimbo, avverte uno strano silenzio e vede la Ferrari girare su se stessa e rovesciarsi. Detto ciò, manca a tutt’oggi una spiegazione ufficiale dei fatti e molte interrogativi sono senza risposta. Perché mai un uomo maniacale e superstizioso come Ascari, è salito sull’auto di un altro pilota, rinunciando ai suoi talismani? La voglia di scacciare i dubbi è plausibile, ma Villoresi sosterrà che il suo caro amico avrebbe avuto paura di aver paura.

Vivere con il timore costante di un pericolo immaginario, porta inesorabilmente ad una mancanza di lucidità, e Ascari pare fosse ossessionato dalla scomparsa del padre Antonio Ascari, il popolare asso degli anni ‘20, perito tragicamente nel Gran Premio di Francia a Monthlery il 26 luglio 1925. Sempre a detta di Villoresi, Ascari continuava a ripetere:”Io quest’anno non lo passo. E’ accaduto anche a mio padre, ho la sua stessa età.”

Un padre ed un figlio dalle vite quasi parallele. Scomparsi lo stesso giorno, il 26, a 36 anni 10 mesi e 13 giorni Alberto; a 36 anni 10 mesi e 11 giorni Antonio, con entrambe le vetture capottate. Si aggiunga che Ascari non sopportava i gatti neri ed in particolare il numero 13 con tutti i suoi multipli. Era nato il 13 di luglio 1918 e le lettere che formano il nome ed il cognome sono 13. Il suo esordio in F.1 avvenne il 13 maggio 1950, ottenne 13 vittorie con la Ferrari e 17 podi. La Lancia sulla quale era volato in mare aveva il numero 26, un multiplo di 13 e lo stesso del giorno della fatale uscita di pista a Monza. Quando si dice…le coincidenze.

Testo ed illustrazione © Carlo Baffi.

Print Friendly, PDF & Email

Tags:


About the Author

Massimo Campi

Perito meccanico, fotografo, giornalista, da oltre 40 anni nel mondo del motorsport. Collaborazioni con diverse testate e siti giornalistici del settore.



Comments are closed.

Back to Top ↑
  • Il libro Brembo della Formula 1 2016