Storia

Published on Maggio 8th, 2020 | by Massimo Campi

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Gilles Villeneuve 8 maggio 1982

L’otto maggio 1982 ci lasciava Gilles Villeneuve, con un ultimo drammatico incidente, che suggellava per sempre il suo modo di correre, di vivere la vita, sempre al massimo senza nessun compromesso. Il canadese volante ha vinto pochissimo, ma ha lasciato un segno indelebile nella storia del motor sport e dei suoi tanti appassionati. Imprese memorabile, incidenti folli, macchine distrutte, ma sempre con il piede a tavoletta, senza mai risparmiarsi e risparmiare il mezzo meccanico.

«Lui voleva correre. Correva sempre. Gli dava piacere fisico farlo. Ovunque, comunque” lo ricorda così Mauro Forghieri “quando arrivava in pista a Fiorano entrava a tutto gas con la sua macchina, poi sgommava e faceva dei testacoda. Lo ricordo anche dopo le qualifiche di Anderstorp 1978. Eravamo in macchina io e lui. Per arrivare all’albergo dovevamo attraversare un bosco di betulle e inscenò una sorta di prova speciale di un rally: sempre in controsterzo a 180 orari: io avevo una fifa boia mentre lui sorrideva».

Quel suo essere sempre al limite aveva improvvisamente cambiato il modo di intendere la Formula Uno, con una serie di piloti che badava soprattutto ai risultati in pista, novelli ragionieri, uomini computer, che calcolavano in gara i tempi sul giro, il consumo delle gomme, la posizione migliore raggiungibile par ottenere il massimo dei punteggi in classifica, Gilles era di una pasta diversa, un ufo in mezzo in mezzo a loro, un cavaliere del rischio, con pochi compagni che la pensavano come lui e che sapevano infiammare le folle.

«Non puoi staccare il piede dall’acceleratore mentre stai correndo veloce. L’unica speranza è che l’altro pilota ti stia guardando nello specchietto retrovisore». Ha fatto botti paurosi, ha deliziato il pubblico con i suoi testacoda, il giro a tre ruote con il retrotreno a pezzi, ha fatto diventare il duello per il secondo a Digione contro Renè Arnoux una icona, il simbolo moderno della pura competizione.

Villeneuve è stato un simbolo delle corse di quegli anni, “Se mi vogliono sono così, di certo non posso cambiare: perché io, di sentire dei cavalli che mi spingono la schiena, ne ho bisogno come dell’aria che respiro.” Sono queste le sue considerazioni dopo le tante critiche che gli venivano fatte, ma anche Enzo Ferrari, che aveva scommesso su questo sconosciuto canadese lo ha sempre difeso: “È stato un campione di combattività, ha aggiunto notorietà a quella che la Ferrari già aveva, gli volevo bene”.

È questa l’essenza ed il ricordo che ci ha lasciato Gilles, anche se il piccolo canadese sapeva che questo suo modo di correre non poteva durare in eterno come lui stesso ha detto in una intervista premonitrice del suo futuro: «Non penso alla morte, ma accetto il fatto che sia parte del gioco».

Immagini © Carlo Baffi e Raul Zacchè

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About the Author

Massimo Campi

Perito meccanico, fotografo, giornalista, da oltre 40 anni nel mondo del motorsport. Collaborazioni con diverse testate e siti giornalistici del settore.



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