Storia

Published on Febbraio 28th, 2020 | by Massimo Campi

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Mario Andretti, il “piedone” eroe dei due mondi

Dal campo profughi a campione mondiale

Millenovecentoquaranta, Montona, Istria, provincia di Pola, il 28 febbraio 1940 nasce Mario Gabriele Andretti, ma la sua vita cambierà ben presto strada. Con la fine della Seconda Guerra Mondiale l’Istria passa alla Jugoslavia, e gli Andretti si ritrovano in un campo profughi di Lucca. Il giovane Mario ha già la passione per i motori ed inizia a lavorare come aiutante meccanico in una officina, vede passare i bolidi della Mille Miglia, sogna le corse, ma il futuro degli Andretti è dall’altra parte dell’oceano inseguendo il sogno americano. Nel 1955 gli Andretti ottengono il visto di ingresso per gli Stati Uniti, si  stabiliscono a Nazareth, in Pennsylvania, e nel 1964 Mario diventa cittadino statunitense assieme al gemello Aldo.

Quando Mario Andretti sbarca in America nel 1955 a bordo del piroscafo Conte Biancamano ha solo 125 dollari in tasca. Lui ed il fratello gemello Aldo, con i soldi guadagnati lavorando in una stazione di servizio di proprietà di uno zio, elaborano una vettura turismo ed iniziano a correre nel 1958 in gare locali di dirt track alternandosi alla guida della loro vettura turismo. Vanno forte, si fanno subito conoscere, Aldo ha un grave incidente ma Mario non demorde a passa alle sprint cars ed alle midget diventando un esperto dei corti ovali sterrati. A vent’anni, Andretti ha già vinto venti gare nella serie stock car, dagli ovali sterrati passa a quelli su pista, nel 1965 arriva la prima vittoria in monoposto e la conquista del titolo USAC National Championship che replica nel 1966. Il sogno americano degli Andretti si è concretizzato, Mario è una star, ma non dimenticherà mai le sue origini italiane. Come molti piloti di quel periodo si cimenta contemporaneamente in diverse categorie: alla fine del 1965 debutta con le vetture sport: CanAm e Mondiale Marche sono i suoi cavalli da battaglia quando è libero dalle gare sugli ovali dove arriva la grande affermazione con la conquista della 500 Miglia di Indianapolis nel 1969.

Mario Andretti è un pilota che non si risparmia, uno di quelli adorato dal pubblico, dove ci sono gare importanti c’è lui, vince a Sebring, corre a Le Mans con la Ford GT40 ufficiale, vince la 500 Miglia di Daytona, e debutta in Formula Uno con la Lotus dove conquista la pole position nella sua prima apparizione al Gran Premio degli Stati Uniti. Piace ad Enzo Ferrari, ma Andretti non ha tempo per legarsi completamente ad una categoria, corre alcune GP nel1970 con una March, Ferrari lo fa correre nel 1970 con la 512S, conquista la vittoria a Sebring rimontando sulla piccola Porsche di Steve McQueen e Peter Revson, poi lo ingaggia per la stagione 1971. Andretti corre quando è libero dai suoi impegni americani, ottiene subito la vittoria nel Gran Premio d’apertura in Sud Africa, condita con il giro più veloce e nel 1972 conquista quattro vittorie con il prototipo 312P.

Mario Andretti in America è sempre più una star, è il momento di concentrarsi anche in Formula Uno per diventare un pilota di fama mondiale. Nel 1974 torna al volante delle monoposto della massima categoria, questa volta in modo stabile, prima con la statunitense Parnelli, poi nel 1976, è chiamato alla corte di Colin Chapman ottenendo la vittoria nell’ultima gara in Giappone interrompendo un digiuno per la casa inglese che durava da 31 gare. Il vulcanico Chapman è pronto a rivoluzionare tecnicamente la F.1: durante il 1977 fa debuttare la Lotus 78, la prima monoposto ad effetto suolo. Dopo un periodo di messa a punto Andretti diventa il miglior interprete, conclude la stagione al terzo posto conquistando 4 vittorie, 7 pole, 4 giri veloci. La grande stagione di Andretti è il 1978, con la nuova Lotus 79 ad effetto suolo. Andretti è campione mondiale con 6 vittorie, 3 giri più veloci e le 8 pole position, purtroppo il giorno della consacrazione sarà uno dei più amari condito dal dramma del compagno Ronnie Peterson a Monza.

Mario Andretti con la vittoria diventa l’eroe dei due mondi, le sue quotazioni sono ala massimo, continua con la Lotus, ma le vetture di Chapman no sono più competitive, emigra all’Alfa Romeo di nel 1981, ma anche la competitività delle squadra di Carlo Chiti non è al massimo, conclude la carriera in F.1 nel 1982, correndo un Gran Premio per la Williams a Long Beach e gli ultimi due per la Ferrari, orfana di Didier Pironi. Chiamato in dal Drake, conquista la pole position nel Gran Premio di Monza, chiude terzo la gara infiammando il pubblico e contribuendo alla vittoria del titolo costruttori della scuderia italiana.

Conclusa l’avventura in F.1 con 12 vittorie per Mario Andretti c’è ancora l’America dove è nuovamente campione USAC con la scuderia Newman-Haas nel 1984. Corre fino al 1994 con le vetture di Paul Newman e Carl Haas, poi annuncia il suo ritiro dalle corse in monoposto alla fine del 1994, ma continua ad inseguire il sogno di vincere alla 24 ore di Le Mans, cosa che farà in alcuni degli anni successivi, fino al 2000, sua ultima partecipazione. La famosa “triple crown”, la tripla corona conquistata nella storia solo da Graham Hill con la vittoria del Mondiale F.1, Indianapolis e Le Mans sarà l’unico sogno che Andretti non riuscirà mai a realizzare.

Nella sua lunga e prestigiosa carriera ha corso 897 gare, vincendone 111 e conquistando 109 pole position. Piedone”, come l’hanno soprannominato i suoi estimatori per via della sua particolare maniera di pestare sull’acceleratore, è stato il pilota con la carriera più lunga e prolifica di sempre”.

Eclettico e poliedrico, sempre pronto ad entrare in un abitacolo da corsa con la massima professionalità, è stato così descritto da Enzo Ferrari nel suo libro ‘Piloti che gente’ diceva: “Coraggioso e generoso, serio professionista, è Mario Andretti, triestino d’origine, idolo d’America. Salito anche alla gloria di Indianapolis. Per anni fu impossibile averlo in esclusiva, perché guadagnava cifre astronomiche negli Stati Uniti e non sapeva decidersi a riattraversare l’Atlantico. Quando finalmente poté disputare un’intera stagione in Formula 1, non impiegò molto tempo a imparare tutti i circuiti e a risultare fra i primi”. – “A lui ho pensato nel 1977, come pilota del “dopo Lauda” ma, con rammarico di entrambi, non fu possibile. E’ diventato campione del mondo non su una macchina Ferrari e questo dispiace a me e, credo, anche a lui e a suoi tanti sostenitori. Al suo nome sono legate alcune delle nostre più belle vittorie negli anni Settanta”.

Immagini © Massimo Campi

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Massimo Campi

Perito meccanico, fotografo, giornalista, da oltre 40 anni nel mondo del motorsport. Collaborazioni con diverse testate e siti giornalistici del settore.



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