Storia

Published on Febbraio 3rd, 2020 | by redazione

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Volo nemico

Alcuni assi del motor sport sono state vittime di incidenti aerei

La tragica fine del fuoriclasse NBA Kobe Bryant, scomparso una settimana fa in seguito allo schianto in elicottero, ha riportato alla luce le sciagure aeree che hanno colpito il mondo dello sport. Dalla tragedia di Superga (1949) che cancellò il grande Torino a quella di Monaco (1958) in cui rimase coinvolto il Manchester United, senza dimenticare quella di Brema (1966) nella quale persero la vita gli atleti della nazionale italiana di nuoto e i membri dello staff tecnico.

Purtroppo in passato anche il motorsport ha dovuto pagare dazio, soprattutto considerando che molti piloti hanno spesso nutrito una passione per il volo e che il possesso di un aereo personale è sempre stato utile per i continui spostamenti. Ricordiamo i nomi di Tazio Nuvolari, Mike Hawthorn, Niki Lauda, Michael Schumacher, mentre Gilles Villeneuve preferiva pilotare un elicottero con tanto di evoluzioni da brivido per i suoi coraggiosi passeggeri, ma questa è un’altra storia.

Il 29 novembre 1975, il due volte iridato Graham Hill perdeva la vita precipitando con il suo aereo mentre era in fase di atterraggio presso l’aerodromo di Elstree a nord di Londra. Insieme al campione inglese morirono anche quattro membri della scuderia che faceva capo a Hill, la GH Embassy Racing: il direttore sportivo Terry Brimble, il progettista Andy Smallman, i meccanici Terry Richards e Tony Halcoock. Il bimotore Piper PA23-250 Turbo Aztecera era decollato alle 18.47 da Marsiglia, il team era infatti reduce da una sessione di test privati sul circuito francese di Le Castellet. Tutto procedeva per il meglio, quando alle 21.45 Hill prese contatto con la torre di controllo londinese per annunciare che a breve avrebbe dato inizio alla manovra d’atterraggio.  Da Elstree però giunse la comunicazione che l’area era avvolta da una fitta coltre di nebbia con una riduzione progressiva della visibilità. Una complicazione che indusse Hill ad un avvicinamento strumentale. Durante la discesa si susseguirono i contatti radio al fine di semplificare l’azione del pilota che procedeva “a vista”. Ma all’improvviso la conversazione si troncò e l’aereo scomparve dal radar. Scattarono immediatamente le ricerche e dopo circa un quarto d’ora arrivò una primo rapporto della polizia, che parlava di un possibile incidente aereo. Ipotesi purtroppo confermata verso le 23. L’aereo era precipitato sul vicino campo da golf di Arkley. Secondo le prime ipotesi, durante l’atterraggio il velivolo avrebbe urtato le cime degli alberi di un bosco ed una volta schiantatosi a terra avrebbe preso fuoco, andando completamente distrutto. Tesi confermate anche da alcuni testimoni oculari che trovandosi a Barnet (un piccolo centro nelle vicinanze), dissero di aver avvertito il rumore di un aereo in avvicinamento ed un lampo nella nebbia, proprio in direzione di Arkley. Analogo pure il racconto del tesoriere del golf club, che trovandosi nella club-house con altri soci, dichiarò di aver udito uno strano rumore all’esterno, tale da indurre il gruppo ad uscire per verificare cosa stesse accadendo. Complici le fiamme, l’identificazione dei corpi carbonizzati fu resa possibile soltanto grazie al ritrovamento della patente di guida di Hill ed il controllo della proprietà dell’aeromobile. Una grave tragedia che di colpo cancellò non solo un fuoriclasse che a 46 anni era considerato un mito, ma pure il 23enne  l’allievo Tony Brise, ritenuto da molti un giovane di talento.

Due anni dopo, nella notte di venerdì 18 marzo 1977, il brasiliano Carlos Pace, pilota ufficiale della Brabham perse la vita in un incidente aereo per cause sconosciute. Si ipotizzò che il velivolo, un monomotore Cessna siglato PT-EHR, sarebbe esploso in volo. Ragione che rese alquanto complicata l’identificazione della salma, avvenuta presso l’istituto di medicina legale di San Paolo a parecchie ore dalla sciagura attraverso la verifica delle impronte digitali. I resti bruciati del velivolo vennero ritrovati vicino all’autostrada che unisce San Paolo a Belo Horizonte. A bordo dell’aereo da turismo, oltre a Pace vi erano Marivaldo Fernandes, vecchia gloria dell’automobilismo brasiliano e Carlos Alberto de Olivera, l’istruttore di volo. Pace aveva infatti acquistato il Cessna da poco e a spiegare il volo notturno, sarebbe stata la necessità da parte del pilota di accumulare ore di volo al fine di conseguire il brevetto. In suo ricordo gli venne intitolato nel 1985 l’autodromo di Interlagos sede del Gran Premio del Brasile e situato nei pressi di San Paolo, città dove Pace era nato il 6 ottobre del 1944.

E veniamo ad anni più recenti. Verso le 15 del 12 ottobre del 1990, Alessandro Nannini,  31enne driver della Benetton, mentre faceva ritorno nella sua residenza toscana di Belriguardo, precipitò col suo elicottero. Tutto ebbe luogo durante l’atterraggio, quando improvvisamente il velivolo si inclinò verso un lato, si impennò rovesciandosi per poi ricadere sul prato circostante la villa del pilota con i pattini all’insù ed esplodendo. Ad avere la peggio fu il pilota senese, il cui avambraccio destro (tra il gomito ed il polso) venne tranciato da una delle pale staccatasi dopo l’urto. Fortunatamente per gli altri tre occupanti (il comandante e due amici di Alessandro) le conseguenze furono meno gravi. Una scena da incubo che si svolse sotto gli occhi dei familiari di Nannini accorsi dopo il boato, insieme a dei contadini. Malgrado il caos, tra i rottami fumanti venne rinvenuto il moncone del pilota che il padre di Nannini ebbe la prontezza di riflessi di mettere subito in un contenitore con del ghiaccio. Trasportato immediatamente in ambulanza con l’avambraccio contenuto in una cassetta sterile, presso il Pronto Soccorso del Centro Traumatologico Ortopedico di Careggi, il pilota sempre cosciente venne sottoposto ad un delicato intervento chirurgico dal professor Carlo Bufalini primario di microchirurgia. L’operazione durò quasi dieci ore, l’arto venne reimpiantato e ricostruita la mano sinistra anch’essa lesionata. Dopo una lunga riabilitazione, Nannini abbandonò la Formula Uno, ma proseguì la sua carriera agonistica nelle gare a ruote coperte, togliendosi non poche soddisfazioni prime fra tutte nel DTM tra il ’93 ed il ’96. Circa le cause dell’incidente venne aperta un’inchiesta dalla magistratura. Alla guida del mezzo venne smentito che ai comandi si trovasse Nannini, bensì il comandante Francesco De Liguoro, ex colonnello dell’aeronautica quindi con una navigata esperienza. Si puntò il dito contro il terreno (troppo inclinato e morbido) non adatto all’atterraggio che sarebbe stato fatale al primo volo dell’Ecureuil coi doppi comandi prodotto dalla francese Aerospatiale, che proprio quel giorno era stato prelevato a Marsiglia, per poi fare scalo a Trento per l’immatricolazione e quindi far rotta verso la Toscana.

Dieci anni più tardi, il 2 maggio del 2000 anche David Coulthard vivrà ore di terrore. Lo scozzese allora portacolori della McLaren-Mercedes scampò miracolosamente alla morte nell’atterraggio di emergenza all’aeroporto di Lione. Decollato intorno alle 13 dal piccolo aeroporto britannico Farnborough, un Lear Jet con a bordo Coulthard, la fidanzata Heidi Wichlinski, il preparatore atletico Andy Matthews ed i due piloti si stava dirigendo a Nizza. Da li lo scozzese avrebbe raggiunto la sua abitazione di Monte Carlo, in elicottero. Verso le 14.30 però l’aereo manifestò un problema ad uno dei due reattori, da qui la richiesta di un atterraggio di emergenza a Lione. Ricevuto l’ok dall’aeroporto francese iniziò la fase di discesa, ma a cinque metri dal suolo chi era ai comandi perse il controllo del Lear che toccò la pista con le ruote e l’ala sinistra rimbalzando violentemente e causando la distruzione della cabina di pilotaggio. L’urto provocò un principio d’incendio subito domato dai pompieri, ma i due piloti non ebbero scampo. Coulthard fu lestissimo ad uscire dal portello laterale forse temendo un’esplosione, ma non vedendo gli altri due passeggeri rientrò nel velivolo portandoli in salvo. I tre sopravvissuti vennero trasferiti all’ospedale della cittadina francese per i controlli del caso e successivamente dimessi verso le 18.20, dopo aver scongiurato la presenza di eventuali lesioni interne. “Sono fortunato, non pensavo di uscirne vivo” disse Coulthard ancora sconvolto da quanto accaduto.

Sorte peggiore toccò invece a Colin McRae, classe 1968, leggenda del Rally, nonché campione del mondo 1995. Il 15 settembre 2007 le agenzie batterono la notizia di un elicottero precipitato verso le 16 in Scozia nei dintorni di Lanark sul quale si sarebbe trovato proprio McRae, la cui residenza era a due chilometri da Lanark. Purtroppo dopo 24 ore arrivò la conferma da parte della polizia scozzese riuscita ad indentificare le vittime: Colin McRae che pilotava il mezzo, il secondogenito Johnny di 5 anni, un suo amichetto di 6 anni ed un amico di Colin, Graeme Ducan 37enne. Circa la dinamica dei fatti si disse che il velivolo di ritorno da un vicino paese, si sarebbe trovato troppo a bassa quota ed avrebbe urtato gli alberi prendendo immediatamente fuoco, al punto da richiedere l’intervento di molti vigili del fuoco. Una manovra insolita per McRae, che conosceva molto bene quella zona e non era solito commettere imprudenze. E proprio in quella stessa triste serata, si apprese che in un altro incidente aereo erano rimasti fortunatamente illesi David Richards e sua moglie. Proprio Richards, il patron della Prodrive con cui McRae aveva conquistato la corona iridata nel ’95 al volante della Subaru Impreza 555.

Testo ed illustrazioni © Carlo Baffi.

 

 

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