Storia

Published on Dicembre 15th, 2019 | by Massimo Campi

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Indimenticabile Clay!

Il 15 dicembre 2006 ci lasciava Clay Regazzoni – di Carlo Baffi

E’ il tardo pomeriggio del 15 dicembre 2006, quando si diffonde la notizia di un tragico incidente avvenuto sul tratto dell’Autostrada del Sole all’altezza dello svincolo di Fontevivo con la A15. Verso le 16 una Chrysler Voyager con targa svizzera ha tamponato un Tir schiantandosi successivamente contro il guardrail. Un urto violento da risultare fatale al conducente del monovolume. Costui risponde al nome di Clay Regazzoni. La notizia corre subito in rete lasciando sconvolto il mondo sportivo e non; in particolare gli amici ed i colleghi che attendevano l’ex ferrarista ad una riunione del Club Italia, che avrebbe avuto luogo nella serata di quello stesso giorno a Parma.

Una figura quella del simpatico driver che ha scritto pagine indimenticabili dell’automobilismo e che apparteneva alla categoria di quei piloti tanto amati da Enzo Ferrari. Della serie piede pesante e cuore leggero. Oltre a questo, un’altra qualità che per il  Drake era determinante per la scelta degli uomini era la passione per le donne. E Regazzoni in questo non era secondo a nessuno. Clay era un guascone, un estroverso e pure un ottimo ballerino, tant’è che nel libro “Piloti che gente”, Ferrari lo definì ironicamente:” …Viveur, danseur, calciatore, tennista e a tempo perso pilota.” Malgrado la sua foga agonistica lo portasse a spremere la vettura fino alla rottura, il Drake abbozzava perché in fondo con Clay lo spettacolo era assicurato ed i giornali ne parlavano.

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Gian Claudio Regazzoni, ticinese di Mendrisio classe 1939, era svizzero, ma per la maggior parte dei tifosi era italiano. Figlio di un carrozziere si appassionò alle gare automobilistiche, malgrado giocasse a calcio in una squadra svizzera di terza categoria. Sotto le armi, Clay si divertiva a forzare il passo dei camion e quando i superiori gli chiedevano come facesse ad arrivare in caserma sempre in anticipo, spiegava che erano gli altri mezzi ad essere troppo lenti. Sulla spinta dell’amico Silvio Moser, nel ’63 arrivò il fatidico debutto al volante di una Austin Sprite 950 nelle crono scalate. Negli seguenti, il ticinese si cimentò in pista dapprima in F.3 e poi in F.2, mettendosi in evidenza sulla Tecno dei fratelli Pederzani.

Grazie ai risultati, Clay venne notato da Enzo Ferrari che alla vigilia del Natale del 1968, lo convocò a Maranello. Era il preludio al debutto sulla rossa che ebbe luogo nel G.P. d’Olanda del 1970 sulla 312B, dove Clay giunse 4° dietro al compagno Jackie Ickx. E nel settembre successivo, Regazzoni centrò la sua prima vittoria nella categoria regina sulla pista amica di Monza, purtroppo in un’edizione del G.P. d’Italia funestata dalla scomparsa di Jochen Rindt, a cui sarà assegnato il titolo mondiale postumo. Il bilancio della prima stagione da ferrarista risultò strepitoso: 3° con 33 punti contro i 40 del compagno di squadra belga. L’anno dopo però non mancarono i problemi, complice una monoposto poco competitiva. Stesso copione nel ’72, con Clay che fece da caprio espiatorio. In pratica venne licenziato. Dopo un anno di purgatorio alla Brm, il Commendatore richiamò il “baffo” ticinese, per fargli provare il modello di transizione fra la B2 e la futura B3. Era il 1974 e a Maranello era in corso una rivoluzione copernicana, dove l’obiettivo primario era quello di tornare ai vertici della F.1. Il Drake ingaggiò un giovane austriaco: magro, dagli incisivi a coniglietto che rispondeva al nome di Niki Lauda. Un pilota che Regazzoni conosceva bene ed apprezzava, dopo averlo avuto come compagno alla Brm. Un rookie suggerito a Ferrari proprio dallo stesso Clay, che successivamente si pentirà di quel consiglio. A completare il quadro Ferrari, c’era l’ingegner Forghieri e un giovane direttore sportivo, privo di qualsiasi esperienza in pista e reduce da uno stage americano di carattere amministrativo: Luca Cordero di Montezemolo, che sostituiva Peter Shetty.

La stagione ’74 vide inizialmente il ticinese come prima guida, ma via via Lauda, in maniera instancabile, recuperò il gap di competenza tecnica e addirittura anche di simpatia, grazie ai progressi in pista. Col senno di poi si potrà dire che la coppia avrebbe potuto tranquillamente dividersi i successi e invece si ritrovarono uno contro l’altro armati, regalando il titolo ad Emerson Fittipaldi, alla guida di una McLaren vecchia e imbolsita.

Il 1975 sarà l’anno del trionfo mondiale per il Cavallino, ma a sorridere non sarà Regazzoni, bensì Lauda. Il ticinese si piglierà solo la soddisfazione di un altro trionfo monzese nel giorno della conquista del titolo di Niki. L’austriaco spererà in un aiuto di Clay anche l’anno dopo, quando convalescente dal rogo del Nurburgring, dovrà respingere l’assalto dell’inglese James Hunt. Ma purtroppo, nell’ultimo round in Giappone, Regazzoni non andrà oltre il 5° posto e l’iride prenderà la via d’oltre Manica. Il diluvio del Fuji, sarà l’ultimo scenario che vedrà Clay Regazzoni portacolori del Cavallino. Lasciata Maranello, Regazzoni passò alla Ensign Ford con la quale visse una stagione difficile. E fu così pure l’anno dopo al volante della Shadow. La meritata riscossa però giungerà nel 1979, quando il ticinese approderà alla Williams, la scuderia inglese fondata da Frank Williams nel 1968 e che dopo non poche difficoltà iniziò a farsi largo nel Circus. Proprio in quella stagione, grazie all’arrivo di importanti e munifici sponsor arabi, la scuderia inglese fece un vero e proprio salto di qualità. La FW07, progettata dall’inglese Patrick Head diverrà una delle vetture più competitive del lotto ed il 14 luglio 1979, nel G.P. di Gran Bretagna, Regazzoni firmerà la prima vittoria in F.1 del team di Sir Frank. Un trionfo che sarà anche l’ultimo nella carriera dello svizzero. Ma quel giorno a Silverstone, per la Williams fu un po’ una festa a metà. Aveva vinto il pilota sbagliato e non aveva vinto Alan Jones, l’australiano autore della pole al quale Williams dedicava il 100% delle sue attenzioni. Una situazione che indusse Regazzoni a lasciare il team inglese e ripiegare sulla modesta Ensign. Una scelta che alla fine risulterà decisamente sfortunata.

Il 30 marzo 1980, sul circuito cittadino di Long Beach negli Stati Uniti, il ticinese resterà vittima di un tremendo incidente nel corso del 51° giro. Rimasto senza freni  Regazzoni urterà la Brabham di Ricardo Zunino abbandonata lungo la pista. Complice l’elevata velocità, l’ Ensign rimbalzerà contro il muro opposto, per schiantarsi definitivamente contro un muro di cemento e una fila di gomme e reti. A causa del violento urto, lo spostamento del motore in avanti provocò una forte pressione sulla dodicesima vertebra del pilota e purtroppo  con l’andar del tempo emergerà che Regazzoni non potrà fare più uso delle gambe. Anche se costretto a muoversi su una sedia a rotelle, Clay si ricostruirà una nuova vita, grazie anche al suo carattere di indomito combattente. Non rinuncerà alla vita nel mondo automobilistico, battendosi in particolare in favore dei disabili, facendo scuola guida e studiando nuove soluzioni tecniche per migliorare il futuro dei portatori di handicap. E non solo. Regazzoni frequenterà ancora l’ambiente del motorsport, nel ruolo di commentatore televisivo dei Gran Premi. Una volta accettata e metabolizzata la dura realtà, in Clay maturò il desiderio di raggiungere nuovi traguardi. Scartati i rally, che non gli erano mai piaciuti e gli off-shore, emerse in lui l’idea di cimentarsi in una competizione tanto massacrante quanto rischiosa: la Parigi-Dakar. Seguiranno nuove sfide in altri raid, malgrado la presenza dei consueti rischi del mestiere, ma ciò ha fatto sempre parte del DNA di un uomo indimenticabile come Clay Regazzoni.

Testo ed illustrazione © Carlo Baffi

 

 

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About the Author

Massimo Campi

Perito meccanico, fotografo, giornalista, da oltre 40 anni nel mondo del motorsport. Collaborazioni con diverse testate e siti giornalistici del settore.



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