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Published on ottobre 17th, 2018 | by Massimo Campi

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La rinascita di Monza

Il 17 ottobre 1948 l’Autodromo Nazionale di Monza riapre i battenti

Millenovento quarantotto, la guerra è finita da tre anni; macerie, distruzioni, ma è ora di ricostruire, di ripartire proprio dallo sport. L’Autodromo Nazionale di Monza è in stato di abbandono da tempo, nell’aprile del 1945, dopo la liberazione, il rettifilo delle tribune ospitò una parata di mezzi corazzati alleati che ne sgretolò il fondo, altre aree vennero adibite a deposito di automezzi militari e di residui bellici. L’autodromo, vanto dell’Italia anteguerra, era praticamente distrutto. Oltre al manto stradale, anche i box, i vari fabbricati, le tribune, erano state colpite dalle conseguenze guerra e vi era rimasto poco di agibile.

Luigi Bertett, nominato responsabile dell’ACI Milano, dispose all’inizio del 1948 il rifacimento dell’Autodromo brianzolo, ed in un lasso di tempo estremamente breve, circa due mesi, l’impianto venne restituito alla funzionalità originaria con il riordinamento delle sue strutture e l’attuazione delle modifiche che erano state predisposte alla fine del 1938 e non erano state ancora realizzate. Intanto lo sport automobilistico stava rinascendo in Italia, con le macchine in lizza sul Circuito del Valentino a Torino e le moto a Faenza.

Rinato l’impianto monzese, si giunse alla fatidica data del 17 ottobre del 1948, quando i cancelli vennero finalmente aperti al pubblico ed alla macchine da corsa con il Gran Premio dell’Autodromo, una gara di formula Uno che fu vinta dal francese Jean Pierre Wimille sull’Alfa Romeo 158, quella monoposto voluta da Enzo Ferrari, nascosta in un cascinale ed infine fatta rinascere dalla fabbrica del Portello. Una settimana più tardi, la breve stagione autunnale si concluse con la disputa dell’ultima prova del Campionato motociclistico italiano.

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Il nuovo circuito apparve subito più veloce di quello vecchio, in voga fino al 1948, anche se diventava piuttosto difficile stabilire confronti tecnici tra il nuovo tracciato “stradale” e l’ultimo “Florio” corredato di “chicanes” per il Gran Premio d’Italia del 1938. Nell’intervallo di tempo erano infatti cambiate le formule costruttive: le monoposto da gran premio, derivate dalle ex “Veturette” anteguerra,  avevano motori sovralimentati di 1.500 cc (contro i 3.000 cc del 1938) o motori ad alimentazione atmosferica di 4.500 cc; nell’ambito motociclistico erano state invece vietate la sovralimentazione e le miscele carburanti speciali.  La velocità di 188 chilometri orari stabilita da Sanesi su Alfa Romeo nel giro più veloce del Gran Premio automobilistico, ma soprattutto le medie record ottenute sul giro nel Gran Premio motociclistico (177 orari per le 125 cc, 144 orari per le 250, 160 orari per le 500) stavano comunque a indicare che il nuovo percorso stradale era più veloce rispetto al circuito Florio di dieci anni prima.

Nella sua nuova veste l’Autodromo ospitò tutte le manifestazioni dal 1949 al 1954. In questo periodo gli impianti vennero perfezionati e completate le strutture a bordo pista: tribunette in ferro coperte furono sistemate all’esterno della seconda curva in porfido mentre fu ricavata una serie di palchi per il pubblico sul tetto dei box di rifornimento. Monza era finalmente rinata, il “tempio della velocità” diventerà uno dei simboli del dopo guerra, palestra ideale per le nuove vetture da corsa italiane che domineranno la scena con la nuova Formula Uno.

 

 

 

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About the Author

Massimo Campi

Perito meccanico, fotografo, giornalista, da oltre 35 anni nel mondo del motorsport. Collaborazioni con diverse testate e siti giornalistici del settore.



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