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Published on ottobre 11th, 2018 | by Massimo Campi

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Alfonso De Portago: 11 ottobre 1928

Ottanta anni fa nasceva Alfonso De Portago, il nobile di Spagna a cui piaceva fare il pilota.

L’11 ottobre 1928 nasceva a Londra Don Alfonso Antonio Cabeza de Vaca y Leighton Carvajal y Aire, XVII marchese de Portago, XII conte de la Mejorada, discendente di una della famiglie nobili di Spagna, imparentato con la Famiglia reale. Grande sportivo, fu giocatore di polo, pilota di bob, play boy e pilota automobilistico. Uno spirito libero, indomito, un personaggio sicuramente affascinante sempre alla ricerca di sensazioni forti e di misurarsi ai massimi livello tanto che entrò nella squadra olimpica di bob alle olimpiadi di Cortina del 1956. Alfonso studiò nelle migliori scuole e visse l’infanzia a Biarritz, dove si trovava l’aristocrazia nei primi anni del secolo. Sapeva parlare quattro lingue, ed il gusto della sfida lo pervase sin da giovane tanto che riuscì a partecipare per ben due volte al Grand National, una delle competizioni ippiche più antiche e prestigiose di Inghilterra. Arrivò quarto alle olimpiadi con il bob e poi si dedicò alla sua grande passione per le corse automobilistiche dove aveva iniziato a gareggiare nel 1954 partecipando alla 1000 Km di Buenos Aires in coppia con il suo grande amico e play boy Harry Shell con una Ferrari 340 ottenendo il secondo posto assoluto.

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La Ferrari era la macchina più ambita, soprattutto dai giovani ricchi piloti e De Portago entrò subito in sintonia con il Drake dimostrando ben presto di ambire ad una vettura ufficiale. Dopo un paio di stagioni con le vittorie al Governor’s Trophy di Nassau e la partecipazione al GP di Silverstone con una Ferrari 625 F.1 privata, venne in grande giorno del debutto con le vetture ufficiali di Maranello e la vittoria del Tour de France con la 250 GT Competizione. Il 1957 doveva essere il suo grande anno, iniziato con il terzo assoluto alla 1000 Km di Buenos Aires in coppia con Peter Collins, inframezzato dalla medaglia di bronza ai Mondiali di Bob a Saint Morritz.

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Il 12 maggio 1957 è invece il giorno del dramma, quando la sua Ferrari 335S n°531 esce di strada a Guidizzolo causando la morte di De Portago, del copilota e di alcune persone a bordo strada. De Portago ed Edmund Nelson, il copilota erano terzi assoluti, con la loro fine cesserà anche la storia della Mille Miglia e di parecchie gare stradali.

Romolo Tavoni, allora Direttore Sportivo della Ferrari, ricorda così il nobile spagnolo e la sua drammatica fine.

 “De Portago era un uomo di mondo, era un uomo unico, girava vestito di nero dalla scarpe alla maglietta e viaggiava senza valigia. Era un vero ricco, era un grande di Spagna, andava a casa reale senza annunciarsi, dava del tu al re Quan Carlos. Era uno sportivo nato, campione di bob, di equitazione, in qualsiasi specialità si impegnava sempre al massimo. Amava di più le formule delle vetture a ruote coperte, ma era nato sulle sport. Appena veniva fuori una macchina nuova la comprava per correre, poi Ferrari lo faceva anche correre su una sua macchina ufficiale. Viaggiava solamente con una ventiquattrore piena solo di soldi e travel ceques. Era sempre in viaggio ma non si portava mai del bagaglio appresso. Nelle città dove svolgeva i suoi affari, aveva sempre una suite prenotata in qualche albergo a cinque stelle. Il portiere dell’albergo gli faceva trovare ogni mattina della biancheria intima di ricambio, un paio di pantaloni ed una maglietta nera, tutto nuovo. Se occorreva si faceva comprare un abito o uno smoking, poi lasciava in regalo tutto al portiere. La moglie trascorreva il suo tempo, insieme ai due figli, in qualcuna delle sue residenze o in qualche località alla moda. De Portago era un uomo bello e pieno di donne, in quel periodo aveva anche una relazione con l’attrice Linda Christian.

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L’incidente di De Portago pose fine alla Mille Miglia ma fu anche un dramma per Enzo Ferrari

“De Portago fu vittima di un vero incidente, un incidente “incidente”. Sulla Futa aveva toccato con il posteriore, a Bologna avevamo controllato la sua vettura e non c’era niente che toccava nella ruota e gli abbiamo cambiato le gomme, quindi è ripartito da Bologna con gomme nuove. Arriva a Guidizzolo entra nel curvone, prima passa sugli occhi di gatto rotti da un carro e la ruota dechappa causando l’uscita di strada. C’è anche un’altra ipotesi che sui lunghi rettifili padani, a causa delle alte velocità, la carrozzeria danneggiata dalla toccata sulla Futa si sia leggermente spostata causando interferenza con la gomma che è scoppiata. Sono tutte ipotesi, ma nessuna di queste è stata provata con sicurezza. L’incidente di De Portago fu un grosso problema, anche a livello sociale. Lui era un grande di Spagna, la moglie amministrava le sue banche in America, la madre viveva tra Deauville, la Florida e Parigi. Dopo il dramma la mamma scrisse una lettera a Ferrari e nessuno è mai più riuscito a trovarla. Fu un grande clamore internazionale. Ero con De Portago a Brescia, il mattino della partenza della sua ultima gara. Facemmo assieme colazione per decidere le ultime strategie di gara. Era allegro, voleva partecipare a questa avventura, la gara con una Ferrari ufficiale lo galvanizzava. Si alzò dal tavolo, una ragazza gli chiese un autografo, nel girarsi inavvertitamente urtò un cameriere che gli rovesciò addosso il vassoio con del tè e del latte. Guardai in faccia De Portago, lo vidi di colpo impietrito e pallido, lo sguardo era mutato, era come se fosse impaurito. In fondo non era successo nulla di grave pensai, di cosa poteva essere preoccupato? De Portago mi guardò “Tavoni al mio paese versare latte e the porta male, è sinonimo di sfortuna”. Era molto superstizioso e molto turbato per il piccolo incidente accaduto, un fatto senza nessuna importanza, ma per lui una specie di sintomo premonitore. Mi scordai quasi subito del vassoio che cadde e delle parole di De Portago, parole che sono risuonate nella mia mente come macigni quando arrivai d’urgenza sul luogo della tragedia. Tra Enzo Ferrari ed Alfonso De Portago c’era una grande simpatia. Il nobile spagnolo correva abitualmente nelle gare di durata con vetture di sua proprietà. Per la Mille Miglia del ‘57 Ferrari volle dare una sua vettura ufficiale a De Portago, che voleva fare a tutti i costi la gara italiana. De Portago, come copilota, scelta Edmund Nelson , un suo amico giornalista inglese ex aviatore della RAF. Quando arrivai sul posto mi resi conto della tragedia avvenuta, i due corpi di De Portago e Nelson erano straziati. Da una parte c’erano i pantaloni di De Portago, il resto del corpo era distante, tranciato in due, mentre Nelson aveva via mezza testa, la macchina si era ribaltata ed il suo casco aveva strisciato per terra per molti metri, una roba orribile. Tutto attorno c’erano i resti dei corpi degli spettatori. La macchina, nell’uscire di strada si era capovolta ed aveva colpito la folla al lato della strada. Dovetti accogliere la moglie di De Portago “mio marito era un uomo molto libero, adorava l’avventura e le corse, potevo aspettarmi che finiva così” furono le parole della moglie quando arrivò da Evian dove era in vacanza. Pose una rosa sulla salma, fu il suo ultimo saluto.

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La morte di De Portago fu vissuta in un modo drammatico. Ferrari venne incriminato, gli fu tolto anche il passaporto.

Ferrari comunque ne uscì molto provato psicologicamente dalla tragedia. Ascoltò attentamente la mia descrizione di quanto era avvenuto, i morti innocenti pesavano moltissimo nella sua mente, mi guardò e disse “Tavoni, ci pensi lei, faccia tutto ciò che deve fare, si rivolga a Giberti, pensateci voi”. Passarono i giorni, giorni molto tristi e la cosa che più rattristava Enzo Ferrari erano i parenti delle vittime che si rivolgevano a Lui per avere un indennizzo: le assicurazioni avevano bloccato tutto in attesa delle indagini e non volevano pagare. Per Ferrari era un dramma, voleva almeno risarcire di tasca sua le famiglie ma le assicurazioni lo diffidarono dal pagare. Ferrari era incriminato, gli avevano ritirato il passaporto ed era sotto accusa, risarcire le famiglie delle vittime significava riconoscere le colpe che non aveva. Dopo un mese di questo stillicidio Enzo Ferrari sbottò con le compagnie di assicurazioni: le vittime avevano ragione e le assicurazioni dovevano risarcire tutti i danni. Non sopportava più quello stillicidio umano, era un uomo molto sensibile.  La brutta storia della tragedia alla Mille Miglia si risolse. Enzo Ferrari non venne riconosciuto colpevole, venne scagionato da ogni accusa ed allora risorse e si scatenò contro la stampa ed alcune autorità che l’avevano condannato. Il costruttore Ferrari si risollevò, ma l’uomo Enzo Ferrari rimase segnato profondamente per molto tempo dalla amara vicenda.”

 

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About the Author

Massimo Campi

Perito meccanico, fotografo, giornalista, da oltre 35 anni nel mondo del motorsport. Collaborazioni con diverse testate e siti giornalistici del settore.



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