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Published on agosto 15th, 2018 | by Massimo Campi

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Nicola Romeo, l’ingegnere che ha fatto grande l’Alfa

 

Il 15 agosto del 1938 scompariva Nicola Romeo, l’ingegnere napoletano che ha fatto grande l’Alfa

Alfa e Romeo, un nome solo che è entrato nella storia ed ha conquistato le vette sportive, ma l’Anonima Lombarda Fabbrica Automobili non sarebbe mai diventata tale senza il genio di Nicola Romeo, ingegnere napoletano con una storia curiosa, degna di un film, scomparso il giorno di Ferragosto del 1938, a soli 62 anni di età.

Nicola Romeo nasce il 28 aprile 1876 a Sant’Antimo, un paese a 12 chilometri da Napoli, la sua famiglia è modesta, il padre è un maestro elementare ed in casa si sono diverse bocche da sfamare. Nicola Romeo è però un tipo tosto, gli piace lo studio, vuole arrivare nella vita e con grandi sacrifici si laurea ingegnere civile nel 1899. Il suo carattere brillante, unito ad un notevole carisma ed alla ironia napoletana, lo portano in giro per l’Europa in cerca di lavoro, e nel suo peregrinare riesce ad ottenere una seconda laurea in ingegneria elettrotecnica all’università di Liegi. Nei primo anni del 1900 l’Europa è in fermento, Nicola Romeo cerca lavoro all’estero in Francia, Belgio e Germania, ma non riesce a concretizzare i suoi sogni ed infine prende un treno tra Bruxelles-Liegi, mentre sta pensando di rientrare in Italia, dove lo aspetta un impiego come capostazione ferroviario a Tivoli. Era quello infatti il lavoro che nel 1902 attendeva in Italia Nicola Romeo, ma quel tragitto ferroviario sarà quello che gli cambierà la vita, permettendo di realizzare i suoi sogni. Nello scompartimento ferroviario dove è seduto incontra una persona, l’ottima conoscenza del francese, inglese e tedesco, unita alla napoletanità del suo carattere, lo fanno subito entrare in contatto con il compagno occasionale di viaggio. Il soggetto è un dirigente della Robert W. Blackwell & Co, azienda inglese specializzata nella fornitura di materiale ferroviario, tra i due nasce subito una empatia e scocca quella scintilla occasionale che cambierà la vita dei Nicola Romeo. Poco tempo dopo l’ingegnere è il capo responsabile della filiale italiana della Blackwell, ma non si accontenta, sente di avere la stoffa per fare l’imprenditore e nel 1904 fonda la Ing. Nicola Romeo & C. società per la costruzione e il commercio di macchine per l’industria mineraria. Gli affari iniziano ad andare bene, Nicola Romeo ha un notevole carisma, unito a generosità, fantasia, ma senza dimenticare il rigore tecnologico, la volontà di studiare, di verificare, di puntualizzare e nel 1906 diventa rappresentante per l’Italia della Hadfield , azienda che si occupa di acciai speciali e materiale ferroviario; nel 1907 passa alla rappresentanza dell’americana Ingersoll-Rand (compressori) e nel 1909 apre a Milano un’officina di riparazione e montaggio dei macchinari importati dagli Usa. L’ingegnere Romeo ha idee moderne, vincenti ed il grande dono di saper sedurre gli interlocutori. Negli ambienti industriali viene infatti soprannominato “la sirena”. È bravo a stabilire rapporti politici e finanziari ed è grazie a questi che riesce a ottenere commesse importantissime. In quel periodo incontra Angelo Pogliani, amministratore di una banca locale, tra i due nasce subito una grande intesa che porteranno alla grande avventura industriale dell’Ingegnere con relative gioie e dolori.

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La Prima Guerra Mondiale è alle porte e nel 1914 la Nicola Romeo & C ottiene una commessa milionaria per la produzione di proiettili, ma l’officina con 50 dipendenti non è però sufficiente a soddisfare le richieste dell’esercito ed il 2 dicembre 1915, su consiglio e con l’aiuto della banca di Pogliani assorbe l’A.L.F.A., società in liquidazione ma dotata di macchinari moderni e di strutture molto ampie. L’unione è fatta, l’Anonima Lombarda Fabbrica Automobili e l’Ingegnere Nicola Romeo si incontrano ma solo nel 1918 però questa sarà incorporata nella Società Anonima Ing. Nicola Romeo & C. e sul logo Alfa (non più puntato ) comparirà il nome Romeo. La produzione bellica ha il sopravvento e Romeo sin dal 1915 abbandona la produzione automobilistica, derivata dalla ex Darracq, una produzione scarsa tanto da mandarla in liquidazione. Nella fabbrica milanese del Portello saranno proiettili, granate, compressori d’aria, trattori, motori di aereo, lanciafiamme ad occupare la produzione fino al 1920. Finito il periodo bellico bisogna ripartire con nuovi prodotti e la necessità dei trasporti fa convertire i macchinari per realizzare prodotti per il trasporto ferrotranviario e aeronautico. Ma l’automobile si sempre più strada, è il mezzo del futuro. Romeo è sempre al passo con i tempi ed al Portello si ritorna alla produzione automobilistica, ma pensa subito in grande. L’automobile ed i successi sportivi delle corse hanno una risonanza mondiale, sono un ottimo veicolo pubblicitario, ideale per fare da traino agli altri prodotti e dimostrare il livello tecnologico dell’Alfa Romeo. Al Portello arrivano i migliori progettisti dell’epoca, come Vittorio Iano, si avvia la produzione in serie con la RL nel 1922. A Milano arrivano i piloti più bravi, Nicola Romeo non bada a spese, vuole sorprendere e nel 1925 l’Alfa Romeo P2 vince il primo campionato del mondo della storia ed entra nella leggenda. Dopo le gioie del trionfo arrivano però i dolori: Nicola Romeo da anni è tormentato da problemi finanziari gravissimi, provocati dalla crisi economica del 1920 oltre che da una gestione industriale poco oculata. L’indebitamento diventa ingestibile e il 6 novembre 1926 l’Alfa Romeo passa sotto il controllo dello Stato. Il 28 maggio 1928 Romeo è costretto a lasciare ogni incarico aziendale.

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Piccolo, precocemente calvo, con due folti baffi fuggenti e due occhi vispi e curiosi da uomo intelligente, Nicola Romeo si ritira nella sua villa a Magreglio, in provincia di Como, con la moglie ed i suoi sette figli. Nel 1929 diventa senatore del Regno, ma la sua parabola imprenditoriale è finita e morirà pochi anni dopo, il 15 agosto del 1938. Un destino triste per un uomo che ha saputo con le sue intuizioni rendere grande e famoso nel mondo il nome di un’azienda nata anche lei quasi per caso. Di lui rimarrà la sua impresa, il visionario modo di interpretare il suo tempo, ed il merito di avere scolpito nella storia il nome Alfa Romeo.

Della grande famiglia di Nicola Romeo sono rimasti i nipoti, tra cui Romeo “Meo” Maestri. Dal nonno, che non ha mai conosciuto, ha ereditato la passione per i motori e le corse, ha vinto il campionato di F.Monza nel 1979. I ricordi sono quelli di famiglia, ereditati dalla madre, l’ultima dei sette figli.

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“La passione per i motori è una cosa che si è sempre respirata nella mia famiglia. Purtroppo non sono riuscito a conoscere il nonno, morto quattro anni prima della mia nascita. In famiglia, anche se lui non c’era più, la sua figura era sempre presente nei racconti di mia madre, delle sue sorelle e dei fratelli. Mia madre mi raccontava sempre degli incontri che avvenivano nella loro casa di via Bonarroti a Milano in occasione delle gare importanti con i piloti ed i tecnici. Nicola Romeo nasce in una famiglia molto povera, ma con una gran forza d’animo e tanti sacrifici si laurea in ingegneria civile a Napoli, poi non contento emigra al nord, oltre le Alpi ed ottiene una seconda Laurea in ingegneria a Liegi. All’inizio ha avuto una vita molto dura, proveniva da una famiglia molto numerosa di Sant’Antimo, un sobborgo di Napoli, ed ha fatto tutto grazie alla sua forza di volontà ed alla sua intelligenza. Inizia quasi casualmente la sua attività industriale, prima importando dei macchinari per l’industria mineraria e ferroviaria, specializzandosi soprattutto con i compressori della Ingersoll-Rand. La base era a Milano, e durante il periodo bellico i suoi compressori sono stati determinanti in alcune battaglie contro gli austriaci. Proprio grazie alla grande innovazione dei martelli demolitori ad aria compressa, l’esercito italiano ha potuto scavare delle gallerie nelle montagne prendendo alle spalle l’esercito nemico. La Nicola Romeo aveva anche vinto delle commesse per l’esercito ed è qui che entra in contatto con l’A.L.F.A. Ha bisogno di capannoni e macchinari, l’A.L.F.A. è una fabbrica in liquidazione e lui entra nell’azionariato della società in crisi per usufruire delle risorse presenti al Portello. L’A.L.F.A. era frutto dell’unione di un gruppo di imprenditori milanesi che avevano rilevato la Darracq che fabbricava automobili. Causa vari problemi di gestione e la crisi sfociata nella Prima Guerra mondiale, gli imprenditori non erano riusciti a far decollare l’azienda che era praticamente in fallimento. Le banche creditrici hanno cercato di fare una cordata per salvare l’azienda ed è qui che entra in gioco Nicola Romeo. Entra con la maggioranza azionaria nell’A.L.F.A. raddrizza i conti, riconverte le attività e riprende nel dopoguerra la produzione di autovetture. Con i risultati ottenuti pretende di cambiare il nome in Alfa Romeo, quello che ancora oggi conosciamo come marchio.  Nicola Romeo intuisce subito la grande pubblicità data dalle competizioni e lo sviluppo nelle vetture di serie possibile con la tecnica applicata alle corse. L’Alfa Romeo produceva vetture di serie di alta gamma, ma serviva una nuova spinta. Ingaggia Vittorio Jano, il migliore progettista dell’epoca, che arriva da Torino con tutto il bagaglio tecnico acquisito dalla squadra corse della Fiat. Nasce la RL, vince le prime corse e la Targa Florio, una delle competizioni più ambite dell’epoca. Nel 1924 Jano progetta la P2 e nel 1925 l’Alfa Romeo conquista il primo titolo mondiale della storia, imponendosi nel Gran Premio del Belgio ed in quello di Italia con Gastone Brilli Peri, oltre ad altre gare come la Targa Florio, una pubblicità immensa per il marchio del Portello che dopo questa vittoria si fregerà della corona di alloro attorno allo scudetto. Il nonno ha voluto impegnarsi su molteplici fronti: a Milano c’erano le automobili, a Napoli gli aerei e le ferrovie, a Saronno c’era un’altra ditta di materiale aeronautico, ma nella sua organizzazione non era riuscito a creare un vero management. I suoi diretti collaboratori erano soprattutto amici di gioventù che lo avevano seguito nelle sue imprese, ma alcuni di loro, pur volenterosi, non avevano una vera preparazione specifica e non erano riusciti a costruire una solida struttura manageriale. Tra i pochi validi collaboratori diretti c’era Vittorio Jano, che proveniva dalla Fiat dopo una lunga trattativa gestita da Enzo Ferrari, pilota di mio nonno al Portello. Era un tecnico eccezionale, sicuramente il numero uno della sua epoca, ma il resto dei diretti collaboratori non erano più all’altezza per gestire una serie di aziende complesse ed in rapida espansione. Le cause dell’abbandono della fabbrica milanese sono molteplici: iniziarono una serie di problemi organizzativi e finanziari, uniti a seri problemi di salute. Quando lasciò la guida dell’Alfa Romeo, Romeo era già minato da un male incurabile che lo portò alla fine della sua esistenza, e le condizioni di salute non gli permettevano più di seguire e fare fronte alla molteplicità dei suoi affari. Come contentino, dopo un periodo di mantenimento della carica di Presidente, anche se l’Alfa era già sotto il controllo dell’ente statale, gli venne anche data la carica di Senatore dello Stato in virtù del riconoscimento di quanto aveva fatto. 

1915
Il nonno è morto nel 1938, il giorno di ferragosto a Magreglio, un paese in provincia di Como. Un luogo che amava moltissimo, tanto che lo ha scelto per trascorrere gli ultimi anni della sua vita, cercando la tranquillità di quelle montagne. Quando scopriva che qualche proprietario terriero voleva vendere un terreno per andare in città cercava di convincerlo a rimanere, nel caso gli comprava lui la terra per non farla cedere a qualcuno che la potesse rovinare. Romeo aveva una famiglia numerosa, sposo mia nonna, una cantante portoghese, ed ebbero sette figli. Mia madre, Irene, nata nel 1917, era la più giovane, ma nessuno dei figli maschi ebbe la forza o la voglia di affiancarlo nelle sue attività di imprenditore. Sicuramente alcune delle figlie sarebbero state molto più valide e con la giusta tempra per affrontare la complessità delle sue varie attività, ma erano i primi anni del secolo scorso e le donne non riuscivano ancora ad avere degli spazi nell’imprenditoria industriale. Mia madre mi raccontava spesso degli incontri tra mio nonno ed i suoi piloti. Nella casa di Milano, la maestosa villa in stile Liberty in via Bonarroti, si ritrovava con Campari, Ascari, Sivocci e Brilli Peri, i suoi campioni, la squadra che ha reso grande l’Alfa Romeo. All’avvicinarsi dei grandi appuntamenti, come il Gran Premio d’Italia o quello di Francia, li riuniva tutti per discutere di tecnica e di strategia sportiva. Oggi la villa è diventata una clinica medica, mia sorella ogni tanto entra e va a farsi un giro tra i corridoi per ricordare il passato ed i fasti di quegli anni.

 

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Massimo Campi

Perito meccanico, fotografo, giornalista, da oltre 35 anni nel mondo del motorsport. Collaborazioni con diverse testate e siti giornalistici del settore.



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