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Published on novembre 1st, 2017 | by Massimo Campi

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Carlo Chiti: l’ingegnere che ha messo il carro davanti ai buoi

È stato uno dei grandi progettisti di auto da corsa del dopo guerra, in Ferrari, Carlo Chiti c’è rimasto solo quattro anni, ma ha contribuito alla rivoluzione tecnica.

Carlo Chiti era sicuramente un genio della progettazione, persona simpatica, spiritosa, toscanaccio nel più profondo dell’anima. È stata una delle menti più prolifiche e fervide nel suo campo. Fisico corpulento, battuta sempre pronta, pistoiese, classe 1924, dopo la laurea finisce per un breve tempo in Montecatini, poi emigra all’Alfa Romeo nel 1953 ed entra nel Reparto Esperienze Speciali. Ma la fabbrica del Portello è uscita dalle competizioni ed alla voglia di sperimentare di Chiti manca da subito quel gusto che danno le corse, meglio ancora quella continua sperimentazione che serve a migliorare anche di poco la prestazione e quell’adrenalina che serve a tenere vivo le menti fertili ed agitate come la sua. All’Alfa si pensa solo alla produzione di serie, ingabbiata negli schemi burocratici dell’I.R.I. ed allora Chiti si offre alla Ferrari, dove le corse sono la vera anima. Nel novembre del 1957 entra nella Scuderia del Cavallino Rampante, ci rimane per quattro anni, fino a quando viene cacciato assieme agli altri sette dirigenti che si erano ribellati alle intemperanze della Signora Laura, la moglie di Enzo Ferrari.

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Nella sua permanenza a Maranello ha trovato terreno fertile la sua continua voglia di sperimentare; il reparto corse si occupava di tutto, dalla Formula Uno, alle vetture turismo e Chiti ha lasciato un segno indelebile nella tecnologia della Ferrari.

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“Chiti era un genio innovatore” sono le parole di Romolo Tavoni, allora segretario personale e direttore sportivo delle Ferrari “aveva due qualità: grande umanità e grande correttezza, ma come tutti i geni era estremamente disordinato, aveva 50 idee al minuto e non sempre riusciva a concretizzarle tutte”.

La Ferrari in quegli anni usciva da uno stallo tecnico, doveva combattere contro i “garagisti” inglesi che però stavano conquistando vittorie mondiali con le leggere monoposto a motore posteriore. Nei prototipi la battaglia era contro le Aston Martin e le Jaguar, e con le turismo bisognava conquistare vittorie per vendere macchine.

Nelle quattro stagioni di Chiti alla Ferrari il palmares si è arricchito di tre titoli Mondiali Marche con la Testarossa a 12 cilindri, (1958, 1960 e 1961), a cui vanno aggiunti un Campionato del  Mondo costruttori di F.1 nel 1961 e due titoli mondiali piloti nel 1958 con Mike Hawthorn e nel 1961 con Phil Hill, varie vittorie con le 250SWB tra le vetture turismo.

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Le grandi innovazioni che ha introdotto Chiti nella tecnologia Ferrari sono state inizialmente le sospensioni posteriori indipendenti, montate sulla Testarossa e sulla 246 di F.1, quella che vinse con Hawthorn il mondiale. Nel G.P. d’Italia di F.1 del 1958 debuttano sempre sulla 246 i freni a disco, già introdotti dalla Dunlop sulle vetture inglesi come la D-Type Jaguar. Chiti era anche un grande esperto di aerodinamica e fece diversi studi sui profili delle monoposto e delle vetture sport per migliorare la penetrazione e la tenuta di strada. Sulla 256 Sport, introdusse gli spoiller (li chiamava iposostentatori) per aumentare il carico aerodinamico e Richie Ghinter, allora impegnato con queste vetture, dopo avere testato le nuove soluzioni, promosse in pieno le idee di Chiti. Il capolavoro in Ferrari è stato però la 156 di F.1, la prima monoposto con il motore posteriore della casa di Maranello. Fu proprio Chiti a convincere Ferrari della rivoluzione, da sempre scettico a “mettere il carro davanti ai buoi”, ma i risultato dettero subito ragione all’ingegnere toscano e la conquista del doppio titolo, piloti e costruttori fu anche il canto del cigno di Chiti in terra emiliana. La 156 aveva anche quel famoso musetto a forma di squalo, che la faceva distinguere da tutte le altre monoposto, ed il V6 di 1.5 litri, un altro capolavoro di meccanica realizzato dalla Ferrari.

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La storia della scuderia Ferrari di quegli anni è piena di successi e di voglia di fare. La storia non riguarda solamente vittorie, classifiche, potenze, motori, telai e carrozzerie, ma anche un intreccio di personaggi, vite umane, drammi e rivincite che fanno diventare quegli anni densi di significati. Carlo Chiti, allora Direttore Tecnico, lavorava al fianco di gente come Luigi Bazzi, Romolo Tavoni, con un Vittorio Jano che faceva ancora il consulente per Enzo Ferrari, poi c’erano dei giovani tecnici come Giotto Bizzarrini, che sviluppò la 250 SWB e la 250GTO, stavano crescendo anche i giovanissimi ingegneri Giampaolo Dallara e Mauro Forghieri. Poi i piloti della Scuderia, i cavalieri del rischio, ricchi, irraggiungibili, duri e romantici, pronti a tutto e molti morti “in battaglia”: Peter Collins, Luigi Musso, Mike Hawthorn, Wolfgang Von Trips, Alfonso De Portago, Willy Mairesse, Tony Brooks, Jean Berha, Dan Gurney, Richie Ghinter, Olivier Gendebien, Phil Hill.

La sua figura corpulenta era dovuta al cibo, Chiti mangiava moltissimo, quasi per pacare una sua forma di ansia creativa. Era noto per le sue cene al ristorante in compagnia: si sedeva magari alle nove di sera e si alzava alle due del mattino, senza mai smettere di mangiare.

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Da buon toscanaccio era deciso e polemico. Carattere forte, quando aveva ragione era difficile contrastarlo, ma la sua indole era quella del buon padre. “Detestava la violenza in ogni sua forma” sono ancora le parole di Romolo Tavoni “spesso si chiedeva il perché una persona per strada fosse finito a fare il barbone o il ladro. Amava gli animali, cani e gatti randagi trovavano spesso rifugio presso di lui. Non sopportava i soprusi e fu cacciato assieme a noi solo per spirito di solidarietà, perché aveva aderito anche lui alla nostra protesta, senza essere stato parte in causa dei problemi avuti con la Signora Laura.”

Quando i dirigenti vennero cacciati, Enzo Ferrari dedicò a loro una celebre e lapidaria frase: “il tempo si è incaricato di definire le individuali capacità di tutti costoro” nel caso dell’Ing. Chiti il tempo è stato senz’altro notevole. ATS, Autodelta, Motori Moderni, mondiali marche conquistati ed il ritorno dell’Alfa Romeo nelle grandi competizioni, una carriera sportiva con dei risultati che hanno definito il grande valore di “Chitone” come veniva spesso chiamato per la sua figura!

 

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About the Author

Massimo Campi

Perito meccanico, fotografo, giornalista, da oltre 35 anni nel mondo del motorsport. Collaborazioni con diverse testate e siti giornalistici del settore.



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