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Published on ottobre 5th, 2017 | by Massimo Campi

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Pippo Bianchi e la F.Monza

Pippo Bianchi è stato uno dei piloti più famosi della F.Monza, ma non ha mai vinto il Trofeo Cadetti

Pippo Bianchi è stato uno dei piloti più rappresentativi della F.Monza, anche se non ha mai vinto un campionato, ma diverse gare, ed è arrivato secondo nel Cadetti del 1975 alle spalle di Riki Calegari. La sua figura è sempre stata un riferimento per tutto l’ambiente, sia come pilota, che portavoce della Scuderia Salvati. Inizia a correre proprio sulle orme di Giovanni Salvati, suo amico e gareggia ininterrottamente per oltre 17 anni, passando dalle gimkane, autocross, F.Monza, e le varie formule minori del panorama nazionale.

“Ero un grande appassionato di auto e di corse, andavo sempre a Monza, seguivo le gare in notturna, lì ho conosciuto Salvati, con la sua macchina numero 33 dipinta con i denti da squalo, la sua guida irruente, sempre al limite in ogni curva. La nostra amicizia è iniziata da quella passione comune, spesso passavo a trovarlo nel suo negozio in Viale Umbria ed è stato lui a farmi provare l’ebbrezza della pista, una emozione che presto si è tramutata nella passione della mia vita.”

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Hai iniziato in età matura a tenere in mano un volante da corsa.

“Mio padre si è sempre opposto alla passione per i motori; ho iniziato a correre nel 1972 a 34 anni, ed ho corso per ben 17 stagioni consecutive con le monoposto F.875 Monza, F.Italia, F.2000, F.Panda e F.Fire, in pratica tutte le formule minori. Ho conquistato solo nove vittorie nella mia carriera, otto in F.Monza, ed una F.Panda, ma ho rinunciato anche ad alcune vittorie per rimanere nell’ambiente del Trofeo Cadetti.”

Inizi a correre dopo la scomparsa di Salvati

“Si, io, Pippo Cascone, Adriano Salvati, ed altri amici che gravitavano attorno all’officina di Viale Umbria a Milano, abbiamo deciso di continuare a frequentare l’ambiente per onorare la figura di Giannino, creando la Scuderia Salvati, con l’intento di far correre e crescere giovani piloti.

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Ci siamo ritrovati dopo il suo funerale, non volevamo perdere quel gruppo di appassionati che si era creato, ed abbiamo iniziato con le gimkane, allora in voga all’inizio degli anni ’70. Io e Pippo Cascone avevamo una Mini, e proprio in queste prime gare sono arrivati i primi nuovi soci della Scuderia Salvati. Il passo successivo è stato correre con l’Autocross. Il mio compito era anche quello di autista del mezzo della scuderia, un OM Tigrotto su cui caricavamo le nostre vetture preparate per correre nel fango. Ero l’unico socio con la patente “C”, si correva tra la Lombardia, il Piemonte e la Liguria.

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Un ricordo di Giovanni Salvati

“Giovanni, Giannino come tutti lo chiamavano, era un pilota molto motivato, molto veloce, non conosceva il limite, un vero cavaliere del rischio sempre di traverso in ogni curva. Molto spettacolare, calcolo zero, giusto per fare paragoni era un piccolo Gilles Villeneuve della sua epoca. L’incidente che ha decretato la sua fine è il classico esempio del suo spirito competitivo: in quella prova non avrebbe dovuto correre, doveva solo testare la vettura per qualche giro, giusto per controllare l’assetto in vista della gara successiva che era molto più importante. Partì invece, come al solito, senza risparmiare nulla, si trovò in bagarre con Fittipaldi ed andò a rischiare troppo in quella curva con il suo esito tragico.”

Dopo le gimkane e l’autocross arrivi alla F.875 Monza

“Dopo il periodo avventuroso dell’autocross dove sfasciavamo un mezzo ad ogni gara, abbiamo deciso che la pista sarebbe stato il naturale sfogo alla nostra passione. Nel 1973 ho acquistato la mia prima monoposto, una Thiele usata, il motore me lo preparava Ossola, poi sono andato da Maccarone ed infine dai fratelli Bartoli a Bresso. I fratelli Bartoli erano sicuramente dei tipi strani, ma sapevano preparare una vettura per vincere. Dai Bartoli arrivo già con la mia seconda vettura, una Melesi.”

Hai corso con una vettura realizzata da Sergio Melesi, uno dei costruttori top della F.Monza

Melesi era un piccolo costruttore ed aveva una officina vicino a Cormano. La sua attività, in società con il fratello, era quella di realizzare pentole ed accessori per le cucine industriali. Grande appassionato di meccanica e di motori, si era ritagliato uno spazio nella sua azienda dove realizzava le monoposto di F.Monza. Le vetture erano molto avanzate per l’epoca, basse e profilate, guidavi sdraiato, avevano meno resistenza aerodinamica di tante altre ed erano più veloci sul dritto. Il problema delle sue monoposto erano gli abitacoli, Sergio Melesi era piccolo e magro ed i telai erano realizzati attorno alle sue dimensioni. Una volta mi chiese di testare la sua nuova vettura; aveva posizionato il serbatoio in mezzo alle gambe per ridurre le dimensioni e concentrare le masse al centro. Era faticosissimo entrare in quella macchina, ed il serbatoio, messo in quella posizione non era certamente garanzia di sicurezza, ma per Melesi era giusto così ed erano i piloti che si dovevano adattare al mezzo. Dopo due soli giri ebbi una rottura con conseguente uscita di pista e toccata nelle barriere di protezione. Causa l’urto contro il rail, si deformò subito il telaio e rimasi incastrato con la gamba tra la struttura ed il serbatoio della benzina. Fortunatamente era quasi vuoto, ma passai comunque dei momenti poco simpatici, solo allora Sergio Melesi capì che doveva cambiare filosofia nel costruire la sua nuova vettura.”

Dalla Melesi passi alla macchina realizzata dai due fratelli di Bresso

“Con Leo e Romano Bartoli  ci sono stato ben sette stagioni, un record conoscendo il carattere particolare dei due fratelli. Una volta Romano non mi ha fatto partire per una gara e non ho mai saputo il perché. Un’altra volta aveva la luna storta e mi ha tirato un martello che, se non mi scansavo, mi avrebbe rotto un piede.

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I due fratelli erano così, a volte strani, sempre pronti allo scherzo ed a fare casino, ma quando erano in forma sapevano far bene il loro lavoro di preparatori. Leo e Romano ad un certo punto decidono di realizzare una loro vettura, la “Bartolina”, con il motore centrale ed il posto guida avanzato. L’abitacolo era molto più ampio e comodo della Melesi, tanto che in Parabolica mi potevo attaccare con una mano alla centina del cruscotto e con il piede sinistro premevo su un altro tubo del telaio per sentire se il telaio della monoposto fletteva.”

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Con la Bartoli rischi di vincere il Trofeo Cadetti

“La mia stagione migliore è stata il 1978. La Bartolina era una macchina ormai sviluppata e matura, andava veramente forte ed era stata anche riverniciata di bianco. Ho iniziato l’anno con due primi posti. Alla terza gara succede il primo imprevisto, ero in testa alla finale e già stavo distaccando il gruppo degli inseguitori quando, in mezzo alla due curve della variante Junior, si stacca uno specchietto retrovisore e si incastra nel leveraggio del cambio impedendo alla leva di agire.

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Rimango praticamente bloccato in terza marcia ed alla fine devo prendere la via dei box rinunciando alla lotta per il podio. Poi ho fatto altri risultati ed a metà anno ero ancora in lizza per il campionato, ma ha fatto i miei calcoli, soprattutto economici, ed ho deciso di non correre per la vittoria, ma solo per divertirmi e per rimanere a correre in F.Monza, l’unica categoria che potevo permettermi con il budget a disposizione.”

Dopo l’esperienza con la Bartoli corri anche con la Santandrea

“Ho corso anche con la monoposto realizzata da Renzo Santandrea, sempre gestita e preparata dai Fratelli Bartoli. Una monoposto equilibrata, andava molto bene, ho ottenuto dei bei piazzamenti ma nessuna vittoria, alcune volte per colpa della trasmissione che, ormai al limite con una potenza doppia rispetto alla Fiat 500 di serie, si rompeva molto facilmente. Da quella esperienza è nato il debutto con la neonata F.Panda proprio al volante della nuova Santandrea. In seguito ho comperato una Tatuus ex ufficiale che era stata la vettura di Ruggero Melgrati ed ho corso anche con la Ermolli, con cui ho vinto una gara.”

Sei sempre stato un pilota giudicato corretto dai tuoi avversari

“Ho sempre corso cercando di essere un pilota corretto, anche se ho subito diverse scorrettezze da altri. Correvo in F.Panda, eravamo in gruppo che ci tiravamo, avevo un buon motore, preparato da Mascheroni, e riuscivo sfruttare bene le scie tanto che ogni giro passavo primo sul traguardo, fino a quello finale, dove Luca Canni Ferrari mi dette una ruotata facendomi uscire fuori pista, impedendomi di lottare per la vittoria. Una mossa non certo intelligente, tanto anche lui non riuscì più ad inserirsi nel gruppo dei primi. Una volta sono stato anche squalificato da Romolo Tavoni, in una gara di F.Monza. In batteria ero in lotta con Brusadelli ed ho capito che era fuori di motore, lo staccavo di oltre 20 metri in Parabolica e nelle Junior, poi sul traguardo recuperava tutto e mi ripassava. All’ultima staccata in Parabolica ero ancora nettamente in testa e come negli altri giri Brusadelli mi affianca su dritto ed istintivamente lo stringo verso l’esterno per non farmi passare. Brusadelli però insiste ed esce nella ghiaia sfiorando un commissario che riportò subito il fatto a Tavoni il quale prontamente mi chiama in direzione. “Peppino sei diventato matto? Proprio tu fai una cosa del genere che dovresti essere l’esempio per tutti? e mi appioppa una squalifica impedendomi di partire per la finale. “Ragioniere guardi che Brusadelli è fuori di motore, non è possibile che è così veloce sul dritto” fu la mia replica. Romolo Tavoni era inflessibile, doveva dare l’esempio di correttezza sportiva verso tutti gli altri, ma mi disse anche di non preoccuparmi. Brusadelli partì davanti nella gara finale, rimase primo per quasi tutta la gara ma all’ultimo giro rallentò improvvisamente arrivando ottavo, fuori zona punti per non essere verificato. Tavoni invece, inaspettatamente, lo fece entrare in parco chiuso e gli fece smontare il motore, che era stato maggiorato nella cilindrata, con conseguente squalifica della vettura e relativa multa. Tavoni dopo la gara venne da me e mi disse nuovamente che, anche se avevo ragione per quanto riguardava la vettura dell’avversario, dovevo imparare la lezione e non farmi più giustizia da solo ma fidarmi del compito dei commissari tecnici e sportivi.

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Tra i tanti aneddoti sul mio conto c’è anche quello di essere stato autore di una sommossa tra i piloti. Si correva di sabato pomeriggio, ed al mattino, quando arriviamo a Monza, troviamo la pista occupata da un raduno Porsche, mentre il regolamento prevedeva l’effettuazione delle nostre prove. Detto fatto, visto che nessuno ci ascoltava ho radunato una ventina di piloti e ci siamo seduti nel mezzo alla pista impedendo alle Porsche di girare. Angelo Bellini, l’addetto alla pista, ha subito chiamato la direzione ed i carabinieri. Gianni Restelli e Romolo Tavoni i due dirigenti di Monza, dopo una accesa discussione ci hanno dovuto dare ragione e siamo scesi in pista. Al martedì su Autosprint apparve subito il titolo: “I piloti della F.Monza fanno un sit in, Pippo Bianchi fa il sindacalista della situazione”.

La Scuderia Salvati è stata come una famiglia

“Dal niente, ma con tanto entusiasmo, abbiamo creato una realtà fuori dalle nostre aspettative. Ci siamo mossi sicuramente bene, oltre la metà dei piloti della F.Monza portava i nostri colori. Avevamo un campionato interno con in palio degli ottimi premi, come una stagione in F.Italia. Avevamo anche validi preparatori e meccanici, alcuni veramente con la passione per le corse e per quell’ambiente come i Bartoli, Verduci, Maccarone. Tra i tanti mi permetto di citare Santo Stilo, ottimo meccanico e preparatore, sempre sottovalutato, ma sempre disposto a dare una mano a chi aveva pochi soldi ma tanta passione. Quando arriva un giovane, alle prime armi, lo mandavamo nell’officina da Stilo. Era talmente bravo che, anche con pochissimi soldi, ma tanta passione, li faceva correre.”

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Il ragioniere Romolo Tavoni, la persona che ha creato la F.Monza, ha sempre avuto un rapporto particolare con te

“Come pilota e rappresentante della Scuderia Salvati avevo un particolare rapporto con il Ragioniere Tavoni. C’era la riunione tecnico/sportiva della F.Monza il mercoledì sera ed ogni volta che mi vedeva iniziava la serata con la solita frase “Peppino fai il bravo e non incominciare!!” ogni volta era come essere al mercato, andavo alle riunioni con una fila infinita di richieste, si iniziava il gioco delle trattative, inizialmente sempre respinte, ma alla fine me ne concedeva un paio per volta. Per esempio ottenni di fare un giro di ricognizione prima della partenza di ogni gara e batteria, ci serviva per farci notare dai nostri sponsor, e per farci rientrare negli orari serali, che dovevamo finire entro le 23,30, fece modificare l’inizio delle batterie anticipandolo di mezz’ora. Da Tavoni ho avuto anche un regalo, possiamo dire quasi personale: il regolamento del Trofeo Cadetti, allora molto frequentato, prevedeva che, oltre al vincitore, anche tutti gli altri piloti che raggiungevano i 40 punti nel campionato non potessero più partecipare alle gare della stagione successiva. Io nelle ultime gare del 1978 avevo raggiunto la soglia critica, ma mi mancavano finanze adeguate per fare un eventuale salto di categoria in un altro campionato. Se volevo continuare a correre dovevo rimanere con le piccole monoposto di F.Monza, e non dovevo fare più punti. All’ultima gara ho vinto la batteria, poi mi sono volutamente ritirato per la finale per non accumulare punti. Ne parlai poi con Romolo Tavoni, che mi fece un regalo particolare modificando per la stagione successiva la frase del regolamento che prevedeva l’esclusione al campionato solo ai piloti che avevano superato i 40 punti nella stagione precedente e non a quelli che avrebbero conquistato i fatidici 40 punti!”

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I piloti con cui più hai legato e gli avversari più forti

“Tra gli amici c’è sicuramente Meo Maestri, ci trovavamo anche in vacanza, avevo anche io una casa vicino a Magreglio, sopra il lago di Como. Molti sono stati i piloti con cui ho combattuto, tra i più coriacei vorrei citare Artico Sandonà, il “Tato”, un vero mastino, anche se non ha mai ottenuto risultati di rilievo con le piccole F.Monza. Scorrendo le classifiche ritrovo tanti nomi, ed i campioni Cadetti negli anni in cui ho corso io erano tutti molto forti: Filippo Bay, Leo Bartoli, Angelo Sonvico, e sicuramente Riccardo Calegari, che mi soffiò la macchina in palio nel campionato sociale della scuderia. Nelle prove di inizio stagione 1975 lo vedo girare con la sua Melesi numero 27, mentre io avevo la numero 72. durante una pausa iniziamo a chiacchierare e convinco Riky ad iscriversi nella Scuderia Salvati, dove c’era in palio una F.Italia per chi avesse vinto il campionato sociale interno. A fine stagione lui vinse il Trofeo Cadetti davanti al sottoscritto, e quindi anche il campionato della scuderia con relativa monoposto che sfruttò nella stagione successiva.”

Sei stato il pilota che ha messo per la prima volta Michele Alboreto nell’abitacolo di una monoposto

“A Monza notiamo questo ragazzino, tanto entusiasmo, che gira sempre attorno alle nostre macchine, ed in seguito inizia, come semplice appassionato, a frequentare il ritrovo serale della Scuderia Salvati in via Paisiello a Milano. Era un mio grande tifoso, inizia tra noi due una amicizia, tanto che gli feci provare la mia monoposto un sabato mattina in una sessione di test invernali. I suoi primi giri su una macchina da corsa li fece proprio con la mia Thiele e subito dimostrò grande intelligenza. Le traiettorie erano quelle giuste, ogni giro migliorava la sua guida, ma senza mai esagerare e stando lontano da eventuali guai. Quei pochi giri in pista lo fecero innamorare definitivamente, fece di tutto pur di guadagnare i soldi che servivano per acquistare una F.Monza. La sua prima vettura, una vecchia CRM con otto stagioni e tantissime gare sulle spalle, venne acquistata in società con un amico, che non riuscì ad ottenere la licenza per correre e la lasciò a Michele. Debuttò in F.Monza, poi lo aiutammo ad trovare una Vargiu usata, una monoposto più recente ed efficiente della vecchia CRM. Per racimolare soldi Alboreto faceva diversi lavori, tra cui il rappresentante di scarpe da ginnastica e viaggiava con una vecchia Simca a cui aveva fatto metter il gancio di traino per attaccare il carrello della F.Monza. Con la Vargiu non ha ottenuto nessun risultato di rilievo, ma era veloce, rispetto al mezzo che aveva, e soprattutto dimostrava di avere molta intelligenza nella condotta di gara stando fuori dalle situazioni problematiche, con relativi incidenti, che spesso animavano le gare serali della F.Monza. Come carattere, pur essendo deciso, era umile, disponibile ed educato, si faceva volere bene da tutti. C’era la F.Italia della Scuderia Salvati libera, decidemmo di fargli fare una gara per testarlo su una monoposto più prestazionale e subito dimostrò di essere a suo agio con quella vettura. Con quella F.Italia è iniziata la sua vera carriera che l’ha portato al titolo europeo di F.3 ed al debutto con Tyrrell in F.1.”

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Rispetto a molti giovani Alboreto ha iniziato con pochi mezzi e tanti sacrifici

Michele Alboreto è veramente un campione che si è fatto da solo, senza mezzi di sostegno ma solamente contando sulle sue capacità. I giovani che si avvicinavano alle macchine da corsa avevano quasi sempre una famiglia agiata con mezzi economici alle spalle. Michele non era certamente uno di questi, basta citare un episodio di quando l’ho portato con me, come aiuto, ad una gara Casale Monferrato. Era il 1974, correvo occasionalmente con la F.Italia ed avevo un furgone Fiat 238 dove trasportavo la vettura. Portai Michele per darmi un aiuto a scaricare la monoposto e per le varie commissioni ai box. Allora entrava gratis solo il pilota nell’autodromo, Michele non aveva neanche i soldi solo per un panino e si nascose sotto la monoposto alla portineria della pista pur di entrare gratis.”

Alboreto, anche quando è diventato il pilota della Ferrari è sempre stato legato alla scuderia ed ai vecchi amici

“Con Michele, anche quando era il pilota numero uno della Ferrari, ci siamo sempre frequentati. Quando era libero da impegni ci veniva a trovare, anche solo per scambiare qualche battuta. Nei mesi invernali sapeva che il sabato pomeriggio giocavamo sempre a tennis e spesso si presentava sul campo con la sua racchetta per fare una partita con i vecchi amici. Le sfide in coppia erano tra me, Meo Maestri o Adriano Salvati e Michele con Pippo Cascone, il Direttore Sportivo della Salvati. Ho ancora un libretto con i risultati delle partite e delle volte che sono riuscito a batterlo! Sono molti gli aneddoti e gli episodi buffi di queste sfide tra amici come quella volta che eravamo solo in tre, io Adriano e Michele, ci serviva un quarto elemento per fare le coppie e reclutammo un ragazzo che passava di li per caso, facendolo giocare in coppia con Alboreto. Alla fine della partita, sotto la doccia chiesi a qual ragazzo se sapeva con chi aveva giocato, gli spiegai che era Alboreto, il pilota della Ferrari, ma non ci voleva credere, anche se disse che gli somigliava un poco!. Michele, che sapeva stare al gioco replicò che in molti gli dicevano che era un sosia di quel pilota, e resse il gioco fino a quando l’improvvisato socio non scoprì la verità tramite la conoscenza di un comune amico rimanendo basito.

Fantastiche anche alcune serate a casa sua a Rozzano. Il suo vicino di casa era Massimo Boldi, la sua ex moglie era parente della moglie di Michele ed i due erano molto legati e riuscivano a divertire tutti gli amici con una semplice chitarra tra le mani.

Un anno Michele venne invitato alla mostra di auto da competizione organizzata a Lugano da Clay Regazzoni ed il giornalista Falletti. Passò a prendermi con la sua Ferrari, e quando arrivammo a Lugano organizzò, in mezzo alla mostra, una partita a carte tra noi quattro, con relativo pubblico sorpreso dallo spettacolo che davamo per la nostra foga nella partita a scopa d’assi.

Alboreto era il pilota top della Ferrari, un mattino si presentò sotto casa mia, mi fece salire in macchina, passammo a prendere anche Adriano Salvati in negozio ed imboccò la Milano-Bologna, direzione Fiorano, dove c’era il Team con la nuova monoposto da provare. Fatta la prima sessione di test scese dalla macchina ci fece accomodare in un ufficio dove, poco dopo, si presentò Michele con Enzo Ferrari in persona che ci voleva conoscere e ci donò una pergamena della Ferrari con il suo autografo. Una emozione unica, essere da soli alla presenza del Drake a parlare con lui!”

Michele voleva sviluppare una filiera per i giovani piloti

“Ho visto Michele l’ultima volta a Monza, la sua ultima gara, quando ha corso con una Lamborghini trofeo in coppia con Luc Alphand. Era stato inviato come pilota ufficiale Audi alla manifestazione, corse molto rilassato, arrivò secondo, “Pippo ho l’ordine di non vincere, sono un pilota ufficiale Audi, non posso stracciare i piloti paganti del Trofeo!” mi disse in un orecchio, ma parlammo anche dei suoi progetti futuri come consulente della Commissione Sportiva Automobilistica Italiana. Alla presidenza c’era Piero Ferrari, suo grande amico, gli aveva già affidato un ruolo per sviluppare una filiera di promozione e crescita di giovani piloti. Michele era alla sua ultima stagione di corse, gli piaceva molto quel progetto che avrebbe presto attuato, sicuramente dopo la 24 Ore di Le Mans, la gara più importante della stagione, quella che voleva nuovamente vincere. Ci voleva coinvolgere in quel progetto, io, Cascone, Salvati, noi vecchi alfieri della Scuderia, quelli che eravamo riusciti a far crescere giovani come lui, dando, con pochi soldi ma tanto entusiasmo, le giuste opportunità. Ci salutammo, appuntamento dopo i test al Lausitzring per una cena di lavoro e definire le modalità operative future. Era già in contatto con vertici della Fiat, pronti a finanziare l’operazione, poi il dramma. La morte di Michele mi ha lasciato un grande vuoto dentro, ho perso un grande amico ed una persona speciale, alcuni non lo hanno capito ed hanno spesso giudicato male il mio silenzio.”

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Sei stato una piccola star della F.Monza, sono diversi gli aneddoti sulla fama di Pippo Bianchi

“In tutti questi anni mi sono capitate diverse avventure divertenti a riguardo. Dopo avere conosciuto Enzo Ferrari a Maranello, mentre i meccanici sistemavano la vettura, ci fu anche un episodio decisamente comico quando andammo con Michele a fare un giro a piedi attorno alla pista di Fiorano. Dalle reti i tifosi lo acclamavano, ad un certo punto un tifoso ci voleva parlare, era normale quando andavi in giro con il campione della Ferrari, ed invece venne da me e mi disse “ma tu sei il famoso Pippo Bianchi, il campione della F.Monza!” Michele ed Adriano si piegarono in due dalle risate, e per mesi Michele raccontò quell’aneddoto di Pippo Bianchi più famoso a Maranello di Alboreto!

Qualche mese fa sono andato da uno specialista per una visita controllo, il medico quando mi ha visto mi ha subito riconosciuto, da giovane aveva corso in macchina e dopo la visita siamo rimasti parecchio tempo nel suo studio ricordando le gare della F.Monza e le sfide tra noi piloti, mentre fuori aspettavano il loro turno gli altri pazienti, ed alla fine mi chiese anche il mio autografo con dedica.

Ma ci sono anche episodi che mi hanno profondamente toccato nell’animo. Una volta arrivò una lettera in Scuderia Salvati di un mio tifoso, si chiamava Walter e lo invitai a Monza ad una gara per conoscerlo. Abitava a Sesto San Giovanni, la gara successiva mi chiese se potevo passare davanti a casa sua e quando arrivai mi fece trovare una piccola folla di suoi amici, una quarantina di persone, tutti miei tifosi, con relativi autografi da fare. Finita quella simpatica, ma anche imbarazzante avventura, ci siamo persi di vista per molto tempo, fino a quando, dopo diversi anni ricevo una telefonata da sua madre che mi chiedeva se potevo passare a trovare suo figlio in ospedale. Per gentilezza passai, lo trovai in un letto, operato alla gola, che non parlava più da diversi giorni, ma quando mi vide, con un filo di voce disse “ciao Pippo”. Era la prima frase che riusciva a dire, sua madre si mise a piangere dalla felicità, ed anche io e ne parlo solo ora, dopo diversi anni di questa strana, commovente e toccante esperienza che mi è capitata.”

 

 

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About the Author

Massimo Campi

Perito meccanico, fotografo, giornalista, da oltre 35 anni nel mondo del motorsport. Collaborazioni con diverse testate e siti giornalistici del settore.



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