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Published on ottobre 26th, 2016 | by Massimo Campi

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Ferrari 1976, una stagione tra paure e tradimenti

Lauda in lizza per il mondiale, l’incidente del Nurburgring, il ritiro al Fuji, una stagione complicata quella del 1976 per la Ferrari, come ricorda Mauro Forghieri

Una annata bestiale, così molti ricordano quel 1976 della formula uno, l’anno raccontato e romanzato anche sul grande schermo, dal film “Rusch”. Una stagione iniziata con Lauda fresco Campione del Mondo, un titolo ritornato a Maranello dopo 11 anni da quello di John Surtees. Tutto sembrava procedere a gonfie vele, la vettura, la 312T2 una versione aggiornata di quella mondiale del 1975, due piloti, Lauda e Regazzoni competitivi e motivati. Una stagione inizialmente in crescendo per la Ferrari, fino a quel drammatico 1° agosto al Nurburgring. Alla vigilia del gran premio tra le colline dell’Eifel la Ferrari ha già conquistato sei vittorie, cinque con Lauda ed una con Regazzoni, su nove appuntamenti, lasciando le rimanenti a James Hunt, a Jarama e Castellet con la McLaren, ed alla Tyrrel P34 di Jody Scheckter. I valori in campo sembrano definiti, la Ferrari è la vettura di riferimento, agli altri solo le briciole, ma in Germania tutto cambia e per la rossa inizia un dramma che si concluderà amaramente nel diluvio del Fuji con Lauda che perde il titolo.

Mauro Forghieri, l’allora direttore tecnico della Ferrari, in una intervista durante la presentazione del suo libro sulla storia del cavallino Rampante ricorda così quei fatti al Gran Premio del Fuji che culminarono nella rinuncia a correre di Lauda e nella conquista del mondiale di James Hunt

“Per potere parlare dei fatti del Fuji bisogna collegarsi ai fatti del Nurburgring, quando Lauda ebbe il famoso incidente che si risolse in modo non drammatico soprattutto grazie all’aiuto di alcuni piloti tra cui Arturo Marzario ed a Guy Edwards  che cercava di aiutare Arturo a tirare fuori Lauda dalle fiamme, usando un estintore e facendogli strada. Ma non riuscirono subito a tirare fuori Lauda che rimase per oltre un minuto nelle fiamme. In quelle circostanze non sono tanto la fiamme il pericolo ma i gas respirati che possono gravemente intossicare il fisico umano. Arturo raggiunse Lauda, ma non riusciva a girare la chiusura rapida delle cinture perché Niki si dimenava in preda al panico. Lauda usava tirare molto le cinture, guidava inchiodato al sedile, ma alla fine Lauda svenne ed Arturo riuscì solo allora a girare il pallettone liberandolo. Lauda sembrava ormai spacciato, lo ricoverarono, le ferite erano profonde ma riuscì a sopravvivere. Io non ero presente a quella gara ed i fatti li ho vissuti attraverso i racconti dei meccanici della Ferrari.”

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Un incidente in cui non sono mai state chiarite le cause

“Da cosa fosse dipeso quell’incidente non lo stabilimmo mai con precisione, l’unica cosa che sono certo è che aveva appena montato delle gomme slick nuove, la pista era bagnata, aveva appena smesso di piovere e le gomme erano ancora fredde. La macchina venne in seguito controllata in fabbrica e non aveva nessun problema particolare nella meccanica. Lui mise la gomma sinistra fuori dalla carreggiata, forse urtò qualcosa, forse pattinò su una pozza d’acqua e la macchina si girò andando a sbattere rovinosamente prendendo subito fuoco. Qualche giornalista ipotizzò di una rottura meccanica, ma Lauda non disse mai nulla in proposito. Lauda era una persona comunque molto intelligente, anche se un po’ tignosetta, ma si è sempre comportato bene verso la squadra e non volle mai dare addito a polemiche su quell’incidente.”

Ferrari cercò subito un sostituto e Lauda la prese male

“Enzo Ferrari comunque volle difendere in seguito gli interessi della squadra e dell’austriaco e si preoccupò di trovare un pilota che potesse portare via punti a James Hunt. Nel marasma venne saltata anche una gara ed a Monza a settembre venne preso Carlos Reutemann, anche se si parlò per alcuni giorni in estate di Ronnie Peterson e penso che sarebbe stata la soluzione migliore da adottare. Anche se l’argentino si è comportato molto bene, Peterson sarebbe stato una ottima soluzione, era velocissimo ed una gran brava persona. Lauda vide malissimo questo comportamento di Enzo Ferrari e se la prese molto, si sentiva tradito. Ferrari doveva fare delle scelte che non riguardavano solamente Lauda, ma tutta la squadra, c’erano in ballo dei titoli e l’austriaco era messo piuttosto male e secondo lui era un modo corretto di agire, ma il tutto suscitò un vero casino mediatico e l’inizio della rottura con Lauda”.

Lauda ritorna a Monza

“Alla fine Lauda ha partecipato alla Gran Premio d’Italia anche se io ero fortemente contrario. Quando scendeva dalla macchina e si toglieva il casco le ferite sanguinavano ancora, ma il problema era anche psicologico: secondo me non era il Lauda che conoscevamo prima dell’incidente. Corse a Monza, una gara che in altre circostanze avrebbe tranquillamente vinto ed invece arrivò quarto, ed ancora oggi, a distanza di anni, sostengo che lui non era ancora pronto per correre, non era più il grande campione di prima del fatto, era psicologicamente troppo provato”.

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Il mondiale si gioca in Giappone sotto l’acqua

“Quando andammo al Fuji trovammo una giornata pessima. Quello era un circuito che doveva essere cancellato già allora dal mondiale, pieno di buche e con l’asfalto deformato. Fu un gran premio estremamente strano con i piloti che iniziarono a fare riunioni alle 11 del mattino per non correre viste le condizioni della pista e del tempo. Fecero diverse riunioni a vari gruppi, alla fine si incontrarono tutti e decisero di non correre. A pochi minuti dal via intervennero i vari capi delle scuderie, minacciando alcuni piloti soprattutto dal punto di vista economico. A cinque minuti dal via tutti entrarono negli abitacoli ed anche Lauda face lo stesso, ma si sentiva tradito, condizionato, svuotato, stressato. Si vedeva che non aveva nessuna voglia di correre. Partirono ma poco dopo lo vidi rientrare nella corsia box. Mi avvicinai prontamente all’abitacolo per capire cosa fosse successo. “Non me la sento di correre” furono le sue precise parole. Prontamente gli proposi di dire che c’erano problemi elettrici dovuti alla tempesta d’acqua in pista, ma lui non volle, volle dire la verità ed uscì dall’abitacolo e disse “me ne vado”.

Gli inglesi aiutano Hunt a conquistare il titolo mondiale

“In quel momento era ancora in testa al mondiale ed era ancora convinto di farcela. Clay Ragazzoni era ancora in gara e lasciai a Daniele Audetto il comando delle operazioni, mentre io badai a Lauda che volle prendere una macchina e scappare in aeroporto. Era moralmente a pezzi, salimmo su una Rolls Roice in prestito con un ingegnere inglese che ci accompagnò all’aeroporto. Durante tutto il tragitto Niki seguiva la gara su una radio inglese ed era ancora convinto di averlo vinto quel titolo. Intanto in pista successero alcuni episodi, mai i piloti Ferrari venivano aiutati dagli avversari ed alcuni piloti inglesi fecero di tutto per ribaltare il risultato riuscendoci. Quando Hunt arrivò al box, alla fine della gara, era ancora convinto di non avere vinto il titolo. I meccanici mi dissero che si levò il casco, lo gettò contro una colonna e si mise ad inveire contro la sua squadra. Dopo varie spiegazioni alla fine ha capito che era campione mondiale, ed anche Lauda capì che non ce l’aveva fatta. Lauda reagì nel migliore dei modi disse “se non dovevo vincere è stato meglio così!” Normalmente c’erano 22 piloti in pista, 20 facenti capo a team inglesi e gli altri due della Ferrari. Vincere contro la Ferrari per gli inglesi ha sempre avuto un grande valore, molto più che vincere contro un team della loro nazionalità. Alcune volte li ho compresi, il vecchio li chiamava quasi con disprezzo “i garagisti” e tutto stava nella logica di quegli anni. Lauda si risollevò nella stagione successiva dimostrando di essere ancora un grande campione vincendo il suo secondo titolo.”

Queste sono le parole dell’Ing. Forghieri, i piloti si misero d’accordo per non correre, ma gli interessi e le minacce dei Team Manager inglesi ebbero la meglio. Ma c’è anche un’altra versione dei fatti, quella del tradimento. Da voci di corridoio risulta che durante una delle ultime riunioni i piloti si misero d’accordo di prendere, se costretti, comunque il via ma di fermarsi dopo due giri. Lauda fiducioso si fermò come pattuito, gli altri no, andarono avanti tradendo la parola data.

Il 1976, un anno veramente strano, uno spartiacque nella storia del motorsport, con il pilota più forte, “il computer Lauda” come molti lo chiamavano, che mostrava di essere un uomo normale, con le sue paure, i suoi drammi e non un semplice cavaliere del rischio sempre disposto a tutto. Così finì quell’anno per Niki Lauda, pieno di paure: quella del fuoco al Nurburgring, quella di correre in un circuito pericoloso sotto il diluvio, ma anche di tradimenti, quello di Enzo Ferrari che non ha creduto pienamente in lui, e di tutti gli altri piloti che non hanno rispettato i patti.

 

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About the Author

Massimo Campi

Perito meccanico, fotografo, giornalista, da oltre 35 anni nel mondo del motorsport. Collaborazioni con diverse testate e siti giornalistici del settore.



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