Storia

Published on Luglio 3rd, 2015 | by Massimo Campi

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David Purley, sempre al limite

Un pilota che non sapeva cosa fosse il pericolo.

 

2 luglio 1985, un ultraleggero si inabissa a pochi metri della costa di Bognor Regis, per il suo pilota, che stava facendo delle acrobazie, non c’è più nulla da fare. Quel pilota si chiama David Purley, è stato anche un pilota di Formula Uno. Un personaggio unico balzato alle cronache per quel suo estremo gesto: tentare di salvare un amico dalle fiamme. Una data, una pista: 29 luglio 1973, Zandwoort, la vettura di Roger Williamson si ribalta, prende fuoco, a bordo pista nessuno interviene, Roger è intrappolato nell’abitacolo, pericolo estremo. Purley passa e vede, torna, frena, si mette a correre e per una interminabile sequenza di minuti, i minuti che servono a Williamson per morire bruciato vivo, a un metro da lui, Purley cerca di salvarlo. Prova a ribaltare la March, spinge, urla, strappa un estintore ad un inserviente paralizzato, fa a cazzotti con chi tenta di trascinarlo via, stremato. Non ce la fa. Il filmato è passato alla storia, a Purley assegnarono medaglie allo spirito sportivo, ma non servivano più a niente.

Chi era quel pilota con così tanto fegato? Si domandò la gente. David Puerley era nato a Bognor Regis il 26 gennaio 1945, vicino al mare. Era figlio Charlie Purley, proprietario di una azienda di frigoriferi. La marca: Lec. Che David fosse pronto a tutto lo capì suo padre quando lo vide decollare con l’aereo della ditta per una evoluzione sul mare, davanti a casa. David aveva 17 anni, la strada verso il pericolo era già tracciata. Babbo Charlie lo mandò a Londra, lo fece lavorare da un demolitore. Lui si arruolò nelle Coldstream Guard, corpo speciale dell’esercito di Sua Maestà, specializzato in azioni estreme: paracadutisti assaltatori. David è pronto a tutto: durante una esercitazione, il suo paracadute non si aprì, ma ebbe la prontezza di afferrare l’istruttore cadendo nel vuoto e di restargli attaccato sino a terra. Altra esercitazione: erano in sette su un mezzo blindato in un campo delle Ardenne. Il blindato saltò su una mina. Sei morti. Lui, illeso. Poteva dimettersi dal corpo di guardia e cominciare a correre in macchina, il suo sogno. Era il 1967 ed aveva 22 anni. Via in pista con una AC Cobra, poi con la F.3, dove strapazza gente del calibro di Tony Brise e James Hunt, Anni 1970, 1971, 1972. In aggiunta, giro veloce a Montecarlo, pole a Oulton Park davanti a Niki Lauda, perdita del titolo di Formula Atlantic per un guasto, all’ultima gara. Si sente pronto per la F.1,   debutta con una March nel 73, assime al suo amico Roger Williamson, ma poi vuole costruire da solo la sua vettura, che chiamerà LEC, ovviamente finanziata con i soldi paterni. La prima Lec F.1 venne realizzata per il ‘77. Debuttò subito e subito Purley stabilì un altro record. In prova a Silverstone, l’acceleratore rimase bloccato. Becketts corner. Prese un muro a 178 orari. Da 178 a zero in 66 centimetri. Decelerazione pari a 18G. Risultato: sette coste rotte, cinque fratture al bacino, otto alla gamba sinistra, due al piede sinistro, sette al piede destro. Operazioni a iosa, riabilitazione difficile e complessa, ma finalmente di nuovo in pista, ma ormai il momento magico era passato. Ed allora nuovamente in aria, la sua vecchia passione. “Questo è il mio hobby- diceva- il mio hobby di lusso”. Salì a 18 miglia di altitudine – altro record- con una mongolfiera e poi, con crescente passione, cominciò con l’acrobazia aerea. Non era guarito affatto, continuava ad avere guai con la gambe fratturate, ma girava per gli aeroporti inglesi con al traino il suo Pitts Special con relativi ricambi: una carlinga e due ali di riserva, fino a quel 2 luglio 2015, davanti a casa, nel West Sussex tra il cielo e le onde di Bognor Regis.

 

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About the Author

Massimo Campi

Perito meccanico, fotografo, giornalista, da oltre 35 anni nel mondo del motorsport. Collaborazioni con diverse testate e siti giornalistici del settore.



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