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Published on febbraio 26th, 2014 | by Massimo Campi

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Peter Revson, spirito libero

Formula One World Championship

New York il 27 Febbraio 1939, la seconda guerra mondiale è alle porte ed in quel clima di incertezza nasce Peter Jeffrey Revson. Come si direbbe è uno che è “nato con la camicia”: erede di una delle più facoltose famiglie d’America e figlio del magnate della cosmesi Charles, fondatore del celebre colosso Revlon. La sua è una gioventù dorata anche se viene educato secondo i canoni borghesi americani dell’epoca. Regolari scuole ed infine la celebre Cornell University di Ithaca nello stato di New York. Peter però inizia a manifestare insofferenza verso le etichette imposte dal suo status sociale e dal sistema. Ama la velocità, il rischio, le belle macchine, ed anche le belle donne che non fatica a conquistare, con il suo charme e le disponibilità finanziarie. Le corse lo attirano, ma la famiglia è subito contraria alla sua passione. Di nascosto inizia a partecipare alla gare, a 21 anni, nel 1960 partecipando con una Morgan monoposto alle prime gare amatoriali nelle isola Hawaii, lontano dalla famiglia e dagli occhi indiscreti della stampa scandalistica che segue i giovani rampolli dell’alta borghesia di New York. Ma la famiglia scopre ben presto la sua passione e chiude ben presto tutte le risorse economiche al giovane “Rewie”. Nel 1963 il giovane Peter decide che quella sarà la sua strada, vende tutto ciò che possiede e con un assegno di 12.000 dollari, una cifra molto alta per l’epoca, si compra un sedile di F3 ed emigra nel vecchio continente alla ricerca della fortuna. Entra nel piccolo circus della F.3, una categoria dove ci vuole piede e tanto pelo, ma Peter si dimostra un tipo tosto, gira l’Europa dormendo sul camion ed alla fine stagione, tra ingaggi e premi, recupera metà della cifra. L’anno successivo è in F.1, con poche risorse ed una Lotus 24 che ha già due stagioni di gare, iscritta al Mondiale come Revson Racing America e gestita dal team di Reg Parnell. È inesperto, ma dimostra di imparare in fretta e con la vecchia Lotus conquista una quarta fila a Spa ed arriva quarto al G.P. della Solitude.

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Vuole diventare un vero professionista del settore, e nel 1965 si divide tra nuovo e vecchio continente correndo in varie categorie ma soprattutto con una Ford GT40 in coppia con Skip Scott, insieme al quale trionfa a Sebring, Monza e Spa-Francorchamps.

Tra le amicizie di Revson c’è quella, coltivata sin dai tempi della scuola, con due fratelli appassionati di corse: Teddy e Timmy Mayer, conosciuti fin dai tempi della scuola. Nel 1964 Timmy, giovane e promettente pilota, rimane ucciso al volante di McLaren-Cooper, mentre Teddy diventerà in seguito il proprietario proprio della McLaren dopo la morte a Goodwood del patron Bruce. Anche Peter perderà il fratello minore Douglas in una gara di auto nel 1967, e tra Revson e Mayer si instaura un rapporto che porterà ad un sodalizio tra patron e pilota.

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Nel 1969 arriva quinto alla 500 Miglia di Indianapolis, ma uno dei maggiori risultati a livello mediatico lo coglie nel 1970 quando arriva secondo alla 12 ore di Sebring in coppia con Steve McQueen con la piccola Porsche 908 della Solaris, la casa di produzione cinematografica dell’attore di Hollywood.  Un sodalizio maturato anche per affinità di carattere tra i due uomini, che amavano la velocità, il rischio e ovviamente le belle donne. Steve “Bullit” McQueen è l’idolo del momento, una delle star più pagate del cinema. Revson è sempre nipote del celebre impero cosmetico e non si contano più le sue conquiste. Vince la Ferrari di Mario Andretti, ma l’america impazza per il risultato dei due.

La prima occasione per un ritorno flash nel Circus della F1, avvenne in occasione del GP degli Usa 1971 disputatosi sul circuito di Watkins Glen. Revson fece la sua breve apparizione al volante della terza vettura del team Tyrrell, ma mancò la qualificazione alla gara.

Teddy Mayer è diventato il patron della McLaren ed ingaggia Revson per correre nella Can Am, la prestigiosa serie americana, dove ci sono macchine senza nessuna limitazione e premi principeschi. Peter dimostra di essere un vero professionista, vince cinque gare ed il campionato 1971 con la M8F-Chevrolet. Arriva secondo ad Indianapolis, compiendo una gara memorabile. Il pilota ufficiale era Chris Amon, ma non riusciva a qualificare la vettura con un tempo decente. Revson viene messo nella vettura al posto di Amon e compie l’impresa arrivando sul secondo gradino del podio.

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Da quel momento “Rewie” viene considerato da tutti, un vero professionista del volante. Con quel risultato si aprono nuovamente le porte della F.1, con il sedile come titolare della McLaren per il 1972. Come ironia della sorte lo sponsor principale è la casa di cosmetici Yardley, rivale della Revlon. Al suo primo anno da ufficiale ottiene la pole a Mosport in canada e finisce la gara dietro la Tyrrell di Stewart. A fine anno è quinto assoluto con 23 punti, e un contratto con la McLaren anche per la stagione successiva. Il 1973 è il suo grande anno. Vince due GP iridati, a Silverstone ed a Mosport, arriva spesso tra i primi e finisce ancora quinto nel mondiale.

Ama la bella vita, il lusso, tanto che con i soldi guadagnati nelle corse si comprò una stupenda villa in una celebre località della costa californiana. Partecipa spesso agli eventi mondani, arrivando alla guida di costosissime auto sportive che, cambia in continuazione, al contrario della fidanzata che era diventata fissa e con la quale passava lunghe vacanze in Sardegna. Un passo importante per uno spirito libero come Revson: si innamorò infatti di una bellezza mozzafiato, Marjorie Wallace che qualche anno più tardi fu addirittura eletta Miss Mondo.

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In questo periodo Revson scrisse anche la propria autobiografia intitolata “Speed with Style”, ovvero velocità con stile e tra le sue citazioni c’è quella sul successo: “per me, il successo non si misura dalle cose materiali che hai ma, piuttosto, da quello che realizzi…. Qualunque cosa faccia, voglio avere successo…”

Ma con il 1974 cambiano le situazioni, in McLaren arriva il campione del mondo 1972 Emerson Fittipaldi che porta la Marlboro e Teddy Mayer offre a Peter solo un sedile da terzo pilota su una vettura semi ufficiale. Per “Rewie” è una grossa delusione, soprattutto dal punto di vista del rapporto personale che legava i due.

Venne infatti contattato da Enzo Ferrari, che gli offre un volante di F.1, ma con una proposta economica più bassa di quella della McLaren come terza guida.

Revson rifiuta e firma un contratto con Don Nichols, il patron della Shadow, la nuova scuderia americana al  debuttava nel Circus. Congiuntamente sigla anche un accordo con Roger Penske, per correre alla 500 Miglia di Indianapolis.

La Shadow è promettente, anche se ancora acerba e Revson si ritira nella prime due gare. Ma durante un test succede il dramma.

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A Kyalami una settimana prima del GP del Sud Africa si svolge come di consueto, una sessione di test collettivi in vista della gara. Revson e il suo team sono in pista per mettere a punto la vettura ed accumulare km, ma durante un long run, un dado in titanio della sospensione anteriore si trancia proiettando inesorabilmente la monoposto contro la lama di un guard rail.

È il 22 marzo del 1974, in un attimo le fiamme avviluppano la Shadow di Revson, che nonostante venga prontamente soccorso dall’amico e collega Denis Hulme, suo ex compagno alla McLaren, muore sul colpo.

Lo sfortunato pilota americano riposa accanto a suo fratello Douglas, presso il Ferncliff Cemetery ad Hartsdale, nello Stato di New York.

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Nella sua carriera ha dimostrato di avere un grande talento, ma anche di essere una icona di stile, che faceva della velocità un culto da vivere con stile da esteta. Playboy, viveur, eclettico, riusciva ad unire passione e temperamento con la classe dell’alta società ed al pari del suo amico Steve McQueen resta un’icona del suo tempo.

 

 

 

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About the Author

Massimo Campi

Perito meccanico, fotografo, giornalista, da oltre 35 anni nel mondo del motorsport. Collaborazioni con diverse testate e siti giornalistici del settore.



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